sabato 24 giugno 2017

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
PER LA GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO

15 gennaio 2017

MIGRANTI MINORENNI , VULNERABILI E SENZA VOCE


Cari fratelli e sorelle!
«Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non
accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9,37; cfr Mt 18,5; Lc 9,48; Gv 13,20). Con queste
parole gli Evangelisti ricordano alla comunità cristiana un insegnamento di Gesù che è
entusiasmante e, insieme, carico di impegno. Questo detto, infatti, traccia la via sicura che conduce
fino a Dio, partendo dai più piccoli e passando attraverso il Salvatore, nella dinamica
dell’accoglienza. Proprio l’accoglienza, dunque, è condizione necessaria perché si concretizzi
questo itinerario: Dio si è fatto uno di noi, in Gesù si è fatto bambino e l’apertura a Dio nella fede,
che alimenta la speranza, si declina nella vicinanza amorevole ai più piccoli e ai più deboli. Carità,
fede e speranza sono tutte coinvolte nelle opere di misericordia, sia spirituali sia corporali, che
abbiamo riscoperto durante il recente Giubileo Straordinario.
Ma gli Evangelisti si soffermano anche sulla responsabilità di chi va contro la misericordia:
«Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa
al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare» (Mt 18,6; cfr Mc 9,42; Lc 17,2).
Come non pensare a questo severo monito considerando lo sfruttamento esercitato da gente senza
scrupoli a danno di tante bambine e tanti bambini avviati alla prostituzione o presi nel giro della
pornografia, resi schiavi del lavoro minorile o arruolati come soldati, coinvolti in traffici di droga e
altre forme di delinquenza, forzati alla fuga da conflitti e persecuzioni, col rischio di ritrovarsi soli e
abbandonati?
Per questo, in occasione dell’annuale Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, mi sta
a cuore richiamare l’attenzione sulla realtà dei migranti minorenni, specialmente quelli soli,
sollecitando tutti a prendersi cura dei fanciulli che sono tre volte indifesi perché minori, perché
stranieri e perché inermi, quando, per varie ragioni, sono forzati a vivere lontani dalla loro terra
d’origine e separati dagli affetti familiari.
Le migrazioni, oggi, non sono un fenomeno limitato ad alcune aree del pianeta, ma toccano
tutti i continenti e vanno sempre più assumendo le dimensioni di una drammatica questione
mondiale. Non si tratta solo di persone in cerca di un lavoro dignitoso o di migliori condizioni di
vita, ma anche di uomini e donne, anziani e bambini che sono costretti ad abbandonare le loro case
con la speranza di salvarsi e di trovare altrove pace e sicurezza. Sono in primo luogo i minori a
pagare i costi gravosi dell’emigrazione, provocata quasi sempre dalla violenza, dalla miseria e dalle
condizioni ambientali, fattori ai quali si associa anche la globalizzazione nei suoi aspetti negativi.
La corsa sfrenata verso guadagni rapidi e facili comporta anche lo sviluppo di aberranti piaghe
come il traffico di bambini, lo sfruttamento e l’abuso di minori e, in generale, la privazione dei
diritti inerenti alla fanciullezza sanciti dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.
L’età infantile, per la sua particolare delicatezza, ha delle esigenze uniche e irrinunciabili.
Anzitutto il diritto ad un ambiente familiare sano e protetto dove poter crescere sotto la guida e
l’esempio di un papà e di una mamma; poi, il diritto-dovere a ricevere un’educazione adeguata,
principalmente nella famiglia e anche nella scuola, dove i fanciulli possano crescere come persone e
protagonisti del futuro proprio e della rispettiva nazione. Di fatto, in molte zone del mondo, leggere,
scrivere e fare i calcoli più elementari è ancora un privilegio per pochi. Tutti i minori, poi, hanno
diritto a giocare e a fare attività ricreative, hanno diritto insomma ad essere bambini.
Tra i migranti, invece, i fanciulli costituiscono il gruppo più vulnerabile perché, mentre si
affacciano alla vita, sono invisibili e senza voce: la precarietà li priva di documenti, nascondendoli
agli occhi del mondo; l’assenza di adulti che li accompagnano impedisce che la loro voce si alzi e si
faccia sentire. In tal modo, i minori migranti finiscono facilmente nei livelli più bassi del degrado
umano, dove illegalità e violenza bruciano in una fiammata il futuro di troppi innocenti, mentre la
rete dell’abuso dei minori è dura da spezzare.
Come rispondere a tale realtà?
Prima di tutto rendendosi consapevoli che il fenomeno migratorio non è avulso dalla storia
della salvezza, anzi, ne fa parte. Ad esso è connesso un comandamento di Dio: «Non molesterai il
forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Es 22,20); «Amate
dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto» (Dt 10,19). Tale
fenomeno costituisce un segno dei tempi, un segno che parla dell’opera provvidenziale di Dio nella
storia e nella comunità umana in vista della comunione universale. Pur senza misconoscere le
problematiche e, spesso, i drammi e le tragedie delle migrazioni, come pure le difficoltà connesse
all’accoglienza dignitosa di queste persone, la Chiesa incoraggia a riconoscere il disegno di Dio
anche in questo fenomeno, con la certezza che nessuno è straniero nella comunità cristiana, che
abbraccia «ogni nazione, razza, popolo e lingua» (Ap 7,9). Ognuno è prezioso, le persone sono più
importanti delle cose e il valore di ogni istituzione si misura sul modo in cui tratta la vita e la dignità
dell’essere umano, soprattutto in condizioni di vulnerabilità, come nel caso dei minori migranti.
Inoltre occorre puntare sulla protezione, sull’integrazione e su soluzioni durature.
Anzitutto, si tratta di adottare ogni possibile misura per garantire ai minori migranti
protezione e difesa, perché «questi ragazzi e ragazze finiscono spesso in strada abbandonati a sé
stessi e preda di sfruttatori senza scrupoli che, più di qualche volta, li trasformano in oggetto di
violenza fisica, morale e sessuale» (BENEDETTO XVI, Messaggio per la Giornata mondiale del
migrante e del rifugiato 2008).
Del resto, la linea di demarcazione tra migrazione e traffico può farsi a volte molto sottile.
Molti sono i fattori che contribuiscono a creare uno stato di vulnerabilità nei migranti, specie se
minori: l’indigenza e la carenza di mezzi di sopravvivenza – cui si aggiungono aspettative irreali
indotte dai media –; il basso livello di alfabetizzazione; l’ignoranza delle leggi, della cultura e
spesso della lingua dei Paesi ospitanti. Tutto ciò li rende dipendenti fisicamente e psicologicamente.
Ma la spinta più potente allo sfruttamento e all’abuso dei bambini viene dalla domanda. Se non si
trova il modo di intervenire con maggiore rigore ed efficacia nei confronti degli approfittatori, non
potranno essere fermate le molteplici forme di schiavitù di cui sono vittime i minori.
È necessario, pertanto, che gli immigrati, proprio per il bene dei loro bambini, collaborino
sempre più strettamente con le comunità che li accolgono. Con tanta gratitudine guardiamo agli
organismi e alle istituzioni, ecclesiali e civili, che con grande impegno offrono tempo e risorse per
proteggere i minori da svariate forme di abuso. E’ importante che si attuino collaborazioni sempre
più efficaci ed incisive, basate non solo sullo scambio di informazioni, ma anche
sull’intensificazione di reti capaci di assicurare interventi tempestivi e capillari. Senza sottovalutare
che la forza straordinaria delle comunità ecclesiali si rivela soprattutto quando vi è unità di
preghiera e comunione nella fraternità.
In secondo luogo, bisogna lavorare per l’integrazione dei bambini e dei ragazzi migranti.
Essi dipendono in tutto dalla comunità degli adulti e, molto spesso, la scarsità di risorse finanziarie
diventa impedimento all’adozione di adeguate politiche di accoglienza, di assistenza e di inclusione.
Di conseguenza, invece di favorire l’inserimento sociale dei minori migranti, o programmi di
rimpatrio sicuro e assistito, si cerca solo di impedire il loro ingresso, favorendo così il ricorso a reti
illegali; oppure essi vengono rimandati nel Paese d’origine senza assicurarsi che ciò corrisponda al
loro effettivo “interesse superiore”.
La condizione dei migranti minorenni è ancora più grave quando si trovano in stato di
irregolarità o quando vengono assoldati dalla criminalità organizzata. Allora essi sono spesso
destinati a centri di detenzione. Non è raro, infatti, che vengano arrestati e, poiché non hanno denaro
per pagare la cauzione o il viaggio di ritorno, possono rimanere per lunghi periodi reclusi, esposti ad
abusi e violenze di vario genere. In tali casi, il diritto degli Stati a gestire i flussi migratori e a
salvaguardare il bene comune nazionale deve coniugarsi con il dovere di risolvere e di regolarizzare
la posizione dei migranti minorenni, nel pieno rispetto della loro dignità e cercando di andare
incontro alle loro esigenze, quando sono soli, ma anche a quelle dei loro genitori, per il bene
dell’intero nucleo familiare.
Resta poi fondamentale l’adozione di adeguate procedure nazionali e di piani di
cooperazione concordati tra i Paesi d’origine e quelli d’accoglienza, in vista dell’eliminazione delle
cause dell’emigrazione forzata dei minori.
In terzo luogo, rivolgo a tutti un accorato appello affinché si cerchino e si adottino soluzioni
durature. Poiché si tratta di un fenomeno complesso, la questione dei migranti minorenni va
affrontata alla radice. Guerre, violazioni dei diritti umani, corruzione, povertà, squilibri e disastri
ambientali fanno parte delle cause del problema. I bambini sono i primi a soffrirne, subendo a volte
torture e violenze corporali, che si accompagnano a quelle morali e psichiche, lasciando in essi dei
segni quasi sempre indelebili.
È assolutamente necessario, pertanto, affrontare nei Paesi d’origine le cause che provocano
le migrazioni. Questo esige, come primo passo, l’impegno dell’intera Comunità internazionale ad
estinguere i conflitti e le violenze che costringono le persone alla fuga. Inoltre, si impone una
visione lungimirante, capace di prevedere programmi adeguati per le aree colpite da più gravi
ingiustizie e instabilità, affinché a tutti sia garantito l’accesso allo sviluppo autentico, che promuova
il bene di bambini e bambine, speranze dell’umanità.
Infine, desidero rivolgere una parola a voi, che camminate a fianco di bambini e ragazzi
sulle vie dell’emigrazione: essi hanno bisogno del vostro prezioso aiuto, e anche la Chiesa ha
bisogno di voi e vi sostiene nel generoso servizio che prestate. Non stancatevi di vivere con
coraggio la buona testimonianza del Vangelo, che vi chiama a riconoscere e accogliere il Signore
Gesù presente nei più piccoli e vulnerabili.
Affido tutti i minori migranti, le loro famiglie, le loro comunità, e voi che state loro vicino,
alla protezione della Santa Famiglia di Nazareth, affinché vegli su ciascuno e li accompagni nel
cammino; e alla mia preghiera unisco la Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 8 settembre 2016, Festa della Natività della B. Vergine Maria
FRANCESCO

lunedì 29 maggio 2017


INCONTRARSI E'...

Incontro con i migranti della casa famiglia di don Giuseppe 


giovedì 6 aprile 2017




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PER SEMPRE TI RICORDERO'

Per sempre ti ricorderò
bambino dallo sguardo
perso sul mondo,
per sempre ti ricorderò!

Non potrò metterti
in cornice con gli altri,
ma sul cuore, per sempre,
che da ogni battito
tu mi dica
di questi giorni in cui l'odio
vinse sull'uomo
privandolo delle lacrime
mutate in pietra.

Per sempre ti ricorderò,
piccolo figlio dell'Oriente in fiamme;

e mentre mi premi 
sul palpito del mio cuore
ti narrerò una nenia
a chiederti perdono,
a ridarti quei giorni
che non ti furono concessi,
a darti  il mio cuore
che sia la tua patria: per sempre!

domenica 2 aprile 2017





 E DOPO

E dopo aver visto
lo scempio disumano
dei giorni santi;
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e dopo aver visto
il fiume dei volti:
ognuno con un nome

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ognuno con un morto sul cuore
ognuno con un figlio tra le braccia
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a chiedere non pace
ma Pace da lodare
a piegare lo sguardo
ad un mondo che gli sputa sul viso;

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e dopo aver visto
come l'uomo uccide l'altro uomo,
come l'odio
muove un mondo intero,
rubando diritti,
rubando respiri
che devastano più delle bombe;

L’Austria ha iniziato al valico del BRENNERO i lavori per la costruzione di una barriera per limitare, se necessario, l’accesso ai migranti provenienti dall’Italia

e dopo...non so più...
se dell'uomo resti ancora
qualcosa che dirsi possa tale!


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domenica 26 febbraio 2017

Ventimiglia, così i migranti disegnano la loro odissea

Un'insegnante di arte ha convinto una ventina di profughi a raccontare la loro storia e sé stessi con i disegni. Superando la paura

Un barcone carico di persone, due squali lo fiancheggiano. Una jeep su uno sfondo giallo, e un omino che cade. Una grande, coloratissima Africa su cui sono incollate le bandiere di tutti i Paesi da cui gli “artisti” provengono.
«I ragazzi mi hanno spiegato i significati di ogni cosa, ora so cos’è quella stella nera, cosa rappresentano il rosso, il giallo, il verde». L’identità, l’orgoglio, la nostalgia, certo; e poi quel mare azzurro pieno di puntini neri - sono uomini.
«Ciò che non riesci a esprimere con le parole diventa più facile con un disegno, ed è così che ho pensato di usare l’arteterapia: prima, l’estate scorsa, con i ragazzi accampati sugli scogli dei Balzi Rossi, adesso, con gli ospiti del Seminario di Bordighera e al campo della Croce Rossa sul Roja». Sospira e insieme ride Monica Di Rocco, insegnante di discipline artistiche a Dolceacqua, borgo della Val Nervia dipinto anche da Monet, estremo ponente
ligure. Da oltre un anno, da volontaria, è impegnata nell’arteterapia con i migranti che a Ventimiglia cercano di passare il
confine invisibile, ma per loro blindato, con la Francia, per proseguire il loro viaggio. Lei abita a Grimaldi superiore, a cinquecento metri dal sentiero che porta al Passo della Morte dove li vede tentare di superare la frontiera. Li vede e non può far finta di niente, spiega: «Questi incontri mi hanno cambiato la vita». Ha chiesto loro di raccontarsi con i disegni.

E all’inizio non è stato semplice. Poi i colori hanno dato voce a incubi chiusi in fondo al cuore, a momenti indicibili.
Il tema della paura Monica lo ha affrontato usando l’Urlo di Munch, isolato dallo sfondo e utilizzato come “guida” a esprimere ciò che i ragazzi avevano dentro. «Ho spiegato loro il signifcato della paura, li ho invitati ad affiancarvi la loro. Molto spesso, oltre al viaggio attraverso il deserto e il mare, disegnano anche il carcere o il campo di detenzione in Libia».

Ma c’è anche la speranza: simboli di pace, scritte, qualcuno tratteggia un cuore. Ma soprattutto, per provare a raccontarsi, per spiegare “io chi sono”, ecco il disegno dei lorozaini, di quello che c’è dentro e che testimonia  la vita prima di partire: un maglione, oppure un cellulare, legame quest’ultimo irrinunciabile con la famiglia o con chi li attende da qualche parte in un’Europa che non sanno se potranno mai raggiungere.
Infne, i sogni: di diventare calciatore, parrucchiere, meccanico. O magari pittore, come Ousmanou che viene dal
Camerun e ha dipinto un quadro enorme: l’Africa, il mare tutto intorno e infine gli approdi. Un’odissea colorata, proprio come il suo sogno.

mercoledì 25 gennaio 2017

L’Ue: stop subito ai migranti dalla Libia
di Alberto D’Argenio - La Repubblica, 25 Gennaio 2017

IL PIANO SOSTENUTO DA MERKEL IPOTIZZA DI BLOCCARE 
I PORTI CON LA FLOTTA EUROPEA

L’ASPIRAZIONE degli europei è di «fare la differenza in vista della primavera e dell’estate 2017»
sulla rotta mediterranea e in Libia sigillando i porti libici dai quali partono i migranti diretti verso
Italia e Malta. Con questa idea si apre una settimana che può essere decisiva per risolvere il
dramma del Canale di Sicilia oppure rivelarsi un nuovo fallimento europeo.

CON L’OBIETTIVO dei capi di Stato e di governo dell’Unione di mandare navi europee a combattere i trafficanti in acque libiche o, in alternativa, di formare un blocco navale (“line of
protection”) gestito da Tripoli davanti ai porti e alle spiagge dai quali gli sfruttatori fanno partire i
barconi con il loro carico umano. È la prima volta che gli europei si mostrano compatti nell’aiutare
l’Italia sul versante mediterraneo e libico, con la spinta di agire in fretta anche se farcela in tempo
per la bella stagione – come vorrebbero - sembra impresa ardua.
La settimana europea dedicata ai migranti che a Roma il governo Gentiloni guarda con grande
interesse si apre oggi con la Commissione europea che approverà il nuovo piano sulla “Migrazione
nella rotta del Mediterraneo centrale”, lavoro firmato dall’Alto rappresentante Federica Mogherini
e dal commissario Dimistris Avramopoulos. Sarà l’ossatura della dichiarazione politica con la quale
il 3 febbraio a Malta i leader europei proveranno finalmente ad aiutare l’Italia nella crisi dei
migranti che la investe dal 2014.
Nel 2016 hanno attraversato il Canale di Sicilia 181mila migranti, la maggior parte diretti verso
l’Italia dove si è registrato un aumento degli sbarchi del 18% rispetto al 2015. Il 90% dei barconi è
partito dalla Libia su una rotta che da inizio decennio ha visto morire in mare 13 mila persone.

GLI SBARCHI- Per Bruxelles «un movimento strutturale». E oltretutto «non ci sono indicazioni
che il trend possa cambiare finché non migliorerà la situazione economica e politica » nei paesi di
origine e in Libia, hub di quella che è diventata la prima rotta dei migranti dopo la chiusura del
passaggio marittimo dalla Turchia alla Grecia. Rotta che quest’anno anno potrebbe anche
allargarsi, con 700mila-1 milione di migranti pronti a salpare dalle coste libiche dove «i trafficanti
sfruttano l’instabilità politica e la frammentazione del controllo del territorio e dei confini ».
Proprio la situazione politica in Libia, con il fragile governo di Tripoli contrastato dal
generale Haftar, potrebbe minare le intenzioni degli europei (chiudere i flussi dalla Turchia è stato
più facile) che comunque affermeranno di «sostenere l’esecutivo di unità nazionale» di Fayez alSerraj.

GLI AMBASCIATORI - In queste ore tra Bruxelles, La Valletta e le capitali ambasciatori e sherpa
stanno limando il testo sulla rotta mediterranea che sarà approvato dai leader a Malta tra due
venerdì. Nella bozza più attuale la volontà politica di aiutare l’Italia sul fronte dei migranti è chiara:
«Vogliamo risul- tati in tempi brevi». Per la prima volta governi e istituzioni Ue si concentrano
sulla Libia e sulla rotta mediterranea con un testo fortemente influenzato dalle posizioni italiane e
maltesi. Proprio il premier di Malta, Joseph Muscat, detiene la presidenza di turno dell’Unione e
sostenuto da Merkel e Gentiloni nella versione attuale della bozza chiede ai leader di «esplorare
politicamente la fattibilità» di estendere Sofia, la missione navale europea nel Canale di Sicilia, alle
acque territoriali libiche. Lo scacco matto ai trafficanti che però deve essere richiesto da Serraj con
una decisione politicamente difficilissima che difficilmente arriverà a breve.

L’ALTERNATIVA - Ecco perché c’è il piano B, probabilmente quello che emergerà con chiarezza
nel summit di Malta: la creazione di una line of protection, un blocco navale fatto dai libici per
impedire ai trafficanti di partire dai porti che affacciano sull’Italia e su Malta.
Uno schieramento che vedrebbe in prima linea i libici grazie a fondi, mezzi e addestramento
europei e alle loro spalle la missione Sofia. Inoltre per distruggere il business dei trafficanti, i leader
pensano di imbarcare sulle navi di Sofia e su quelle italiane uomini della Forza di gendarmeria
europea per distruggere i barconi.
Per rendere sicuro il meccanismo i leader chiedono di verificare dal punto di vista legale l’attività
delle Ong che operano al confine con le acque territoriali libiche, la cui presenza può essere un
incentivo per i trafficanti a caricare i migranti su imbarcazioni inadatte a tenere il mare contando
sul fatto che saranno salvati (provocando tragedie).

IL SOSTEGNO - Il piano, che verrà discusso oggi e la prossima settimana dagli sherpa a Bruxelles,
al momento registra un forte sostegno da parte di tutti i governi, anche quelle del gruppo di
Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) contrari alla redistribuzione dei
richiedenti asilo all’interno dell’Unione ma favorevoli a bloccare i flussi all’origine. L’ossatura del
piano sarà la strategia Mogherini-Avramopoulos che sarà presentata oggi dalla Commissione a
Bruxelles. Testo che peraltro contiene i fondi per finanziare l’operazione: 200 milioni per la Libia
sbloccati dalla Commissione all’interno del Africa Trust Fund disegnato da Bruxelles per chiudere
accordi in stile Turchia (Migration Compact) con i paesi di origine e transito.

RAFFORZAMENTO - Il documento che sarà presentato oggi a Bruxelles prevede il rafforzamento
della Guardia costiera libica con addestramento, fondi e mezzi europei. Mira a coinvolgere Egitto,
Tunisia e Algeria e le intelligence dei governi europei, Interpol e Sofia nella caccia ai trafficanti.
Punta a migliorare le condizioni disumane dei migranti in Libia con l’aiuto dell’Onu e la
costruzione di nuovi centri. C’è anche l’idea a coinvolgere le municipalità libiche per drenare mano
d’opera ai trafficanti. Infine lavora ai rimpatri volontari dei migranti economici dalla Libia con un
aiuto a reinserirsi nella società di origine e ad aiutare i libici nella gestione del confine a Sud
Una scommessa difficile che l’Europa fino ad oggi ha perso ma sulla quale ora sembra puntare
politicamente.

giovedì 19 gennaio 2017



L'IMPORTANZA E' IL VISSUTO E NON LA CITTADINANZA

Migrazioni, le nuove rotte degli schiavi, dal Subsahara agli Usa passando per TijuanaROMA – A differenza della Grecia, dove ad arrivare sono soprattutto siriani, afghani e iracheni, nel 2016 dei circa 18 mila profughi sbarcati sulle coste italiane, il 21% è di nazionalità nigeriana, mentre le altre percentuali più consistenti si dividono per diversi paesi dell’Africa occidentale. Ma da cosa fuggono? Quanto la narrazione mediatico-politica di migranti e richiedenti asilo si discosta dalla complessa realtà dei flussi migratori?

Non solo guerra. Per chiarire alcuni punti è stata contattata Carlotta Sami, portavoce del Sud Europa dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr). Sebbene nell’ immaginario collettivo i richiedenti protezione internazionale siano coloro che fuggono dalle guerre, la materia è in realtà molto più complessa. La convenzione di Ginevra infatti garantisce il diritto allo status di rifugiato per tutti coloro che in patria sono perseguitati per questioni di genere, religione, orientamento sessuale e motivi politici. “In questo senso – spiega Sami - le forme di protezione internazionale non si basano sulla nazionalità ma sulla situazione specifica di ogni singolo individuo ed è per questo che le richieste vengono valutate una per una in maniera individuale analizzando la veridicità del racconto della persona circa il motivo della fuga”.

Boko Haram e leva obbligatoria. Per valutare l’idoneità o meno dei richiedenti asilo, in Italia ci sono 48 commissioni. In ognuna è presente un rappresentante di Unhcr specializzato in materia d’asilo e personale sottoposto a formazione continua. Solo conoscendo la situazione interna ai paesi di provenienza è possibile verificare la veridicità delle storie raccontate dai richiedenti. In Nigeria per esempio la situazione è particolarmente complessa. Chi proviene dalla parte nord occidentale occupata dai miliziani di Boko Haram è infatti idoneo alla protezione internazionale, al contrario coloro che arrivano da altre aree seppur poverissime, non hanno i requisiti per richiedere la protezione. Chi invece fugge dall’Eritrea cercao di lasciarsi alle spalle una delle dittature più feroci del mondo che costringe uomini e donne dai 17 anni in poi al servizio di leva obbligatorio. Fino ai 60 anni dunque gli eritrei non hanno passaporto e non possono lasciare il loro paese, con paghe insufficienti alla sopravvivenza e senza la possibilità di migliorare la propria condizione fino alla vecchiaia.

Migranti, ricomincia la conta degli sbarchi: ad oggi già 728 arrivi via mare

Un altro racconto. Nonostante siano queste le realtà presenti sul territorio italiano, poco si parla degli stati di provenienza e delle atrocità subite da coloro come gli eritrei che fuggono da una vita impossibile. “Il racconto politico – spiega Sami - viene spesso distorto perché si cerca di semplificare al massimo una materia complessa, facendo percepire al pubblico che bastano soluzioni semplici per risolvere questo problema...

La soluzione possibile. Sfatare luoghi comuni e riconoscere la complessità della materia può aprire le porte alla soluzione della questione migranti. Eppure un modo per evitare le stragi nel Mediterraneo e agevolare l’opera di accoglienza e inclusione degli stati europei è possibile. Pochi giorni fa Comunità di Sant’Egidio e Chiesa Valdese hanno stipulato un’intesa che permetterà l’apertura di corridoi umanitari per circa 500 persone provenienti da Eritrea, Somalia e Sud Sudan. “Questa – conclude Sami - è la strada maestra, una strategia che rende tutti vincenti poiché permette di trasferire queste persone senza metterle in pericolo di vita, la loro situazione viene passata attraverso uno screening molto serrato dal punto di vista della sicurezza e il governo può pianificare questi arrivi e la loro integrazione fin dall’inizio. Quindi non ci sarebbe il caos di un arrivo massiccio e incontrollato. È una soluzione ideale su cui noi battiamo da tempo perché l’Europa se volesse potrebbe gestire questa problematica in modo concreto e ottimale”.

domenica 15 gennaio 2017

Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2017  “Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce”

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO 2017

[15 gennaio 2017]
“Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce”

Cari fratelli e sorelle!
«Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9,37; cfr Mt 18,5; Lc 9,48; Gv 13,20). Con queste parole gli Evangelisti ricordano alla comunità cristiana un insegnamento di Gesù che è entusiasmante e, insieme, carico di impegno. Questo detto, infatti, traccia la via sicura che conduce fino a Dio, partendo dai più piccoli e passando attraverso il Salvatore, nella dinamica dell’accoglienza. Proprio l’accoglienza, dunque, è condizione necessaria perché si concretizzi questo itinerario: Dio si è fatto uno di noi, in Gesù si è fatto bambino e l’apertura a Dio nella fede, che alimenta la speranza, si declina nella vicinanza amorevole ai più piccoli e ai più deboli. Carità, fede e speranza sono tutte coinvolte nelle opere di misericordia, sia spirituali sia corporali, che abbiamo riscoperto durante il recente Giubileo Straordinario.
Ma gli Evangelisti si soffermano anche sulla responsabilità di chi va contro la misericordia: «Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare» (Mt 18,6; cfr Mc 9,42; Lc 17,2). Come non pensare a questo severo monito considerando lo sfruttamento esercitato da gente senza scrupoli a danno di tante bambine e tanti bambini avviati alla prostituzione o presi nel giro della pornografia, resi schiavi del lavoro minorile o arruolati come soldati, coinvolti in traffici di droga e altre forme di delinquenza, forzati alla fuga da conflitti e persecuzioni, col rischio di ritrovarsi soli e abbandonati?
Per questo, in occasione dell’annuale Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, mi sta a cuore richiamare l’attenzione sulla realtà dei migranti minorenni, specialmente quelli soli, sollecitando tutti a prendersi cura dei fanciulli che sono tre volte indifesi perché minori, perché stranieri e perché inermi, quando, per varie ragioni, sono forzati a vivere lontani dalla loro terra d’origine e separati dagli affetti familiari.
Le migrazioni, oggi, non sono un fenomeno limitato ad alcune aree del pianeta, ma toccano tutti i continenti e vanno sempre più assumendo le dimensioni di una drammatica questione mondiale. Non si tratta solo di persone in cerca di un lavoro dignitoso o di migliori condizioni di vita, ma anche di uomini e donne, anziani e bambini che sono costretti ad abbandonare le loro case con la speranza di salvarsi e di trovare altrove pace e sicurezza. Sono in primo luogo i minori a pagare i costi gravosi dell’emigrazione, provocata quasi sempre dalla violenza, dalla miseria e dalle condizioni ambientali, fattori ai quali si associa anche la globalizzazione nei suoi aspetti negativi. La corsa sfrenata verso guadagni rapidi e facili comporta anche lo sviluppo di aberranti piaghe come il traffico di bambini, lo sfruttamento e l’abuso di minori e, in generale, la privazione dei diritti inerenti alla fanciullezza sanciti dallaConvenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.
L’età infantile, per la sua particolare delicatezza, ha delle esigenze uniche e irrinunciabili. Anzitutto il diritto ad un ambiente familiare sano e protetto dove poter crescere sotto la guida e l’esempio di un papà e di una mamma; poi, il diritto-dovere a ricevere un’educazione adeguata, principalmente nella famiglia e anche nella scuola, dove i fanciulli possano crescere come persone e protagonisti del futuro proprio e della rispettiva nazione. Di fatto, in molte zone del mondo, leggere, scrivere e fare i calcoli più elementari è ancora un privilegio per pochi. Tutti i minori, poi, hanno diritto a giocare e a fare attività ricreative, hanno diritto insomma ad essere bambini.
Tra i migranti, invece, i fanciulli costituiscono il gruppo più vulnerabile perché, mentre si affacciano alla vita, sono invisibili e senza voce: la precarietà li priva di documenti, nascondendoli agli occhi del mondo; l’assenza di adulti che li accompagnano impedisce che la loro voce si alzi e si faccia sentire. In tal modo, i minori migranti finiscono facilmente nei livelli più bassi del degrado umano, dove illegalità e violenza bruciano in una fiammata il futuro di troppi innocenti, mentre la rete dell’abuso dei minori è dura da spezzare.
Come rispondere a tale realtà?
Prima di tutto rendendosi consapevoli che il fenomeno migratorio non è avulso dalla storia della salvezza, anzi, ne fa parte. Ad esso è connesso un comandamento di Dio: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Es 22,20); «Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto» (Dt 10,19). Tale fenomeno costituisce un segno dei tempi, un segno che parla dell’opera provvidenziale di Dio nella storia e nella comunità umana in vista della comunione universale. Pur senza misconoscere le problematiche e, spesso, i drammi e le tragedie delle migrazioni, come pure le difficoltà connesse all’accoglienza dignitosa di queste persone, la Chiesa incoraggia a riconoscere il disegno di Dio anche in questo fenomeno, con la certezza che nessuno è straniero nella comunità cristiana, che abbraccia «ogni nazione, razza, popolo e lingua» (Ap 7,9). Ognuno è prezioso, le persone sono più importanti delle cose e il valore di ogni istituzione si misura sul modo in cui tratta la vita e la dignità dell’essere umano, soprattutto in condizioni di vulnerabilità, come nel caso dei minori migranti. 
Inoltre occorre puntare sulla protezione, sull’integrazione e su soluzioni durature.
Anzitutto, si tratta di adottare ogni possibile misura per garantire ai minori migranti protezione e difesa, perché «questi ragazzi e ragazze finiscono spesso in strada abbandonati a sé stessi e preda di sfruttatori senza scrupoli che, più di qualche volta, li trasformano in oggetto di violenza fisica, morale e sessuale» (Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2008).
Del resto, la linea di demarcazione tra migrazione e traffico può farsi a volte molto sottile. Molti sono i fattori che contribuiscono a creare uno stato di vulnerabilità nei migranti, specie se minori: l’indigenza e la carenza di mezzi di sopravvivenza – cui si aggiungono aspettative irreali indotte dai media –; il basso livello di alfabetizzazione; l’ignoranza delle leggi, della cultura e spesso della lingua dei Paesi ospitanti. Tutto ciò li rende dipendenti fisicamente e psicologicamente. Ma la spinta più potente allo sfruttamento e all’abuso dei bambini viene dalla domanda. Se non si trova il modo di intervenire con maggiore rigore ed efficacia nei confronti degli approfittatori, non potranno essere fermate le molteplici forme di schiavitù di cui sono vittime i minori.
È necessario, pertanto, che gli immigrati, proprio per il bene dei loro bambini, collaborino sempre più strettamente con le comunità che li accolgono. Con tanta gratitudine guardiamo agli organismi e alle istituzioni, ecclesiali e civili, che con grande impegno offrono tempo e risorse per proteggere i minori da svariate forme di abuso. E’ importante che si attuino collaborazioni sempre più efficaci ed incisive, basate non solo sullo scambio di informazioni, ma anche sull’intensificazione di reti capaci di assicurare interventi tempestivi e capillari. Senza sottovalutare che la forza straordinaria delle comunità ecclesiali si rivela soprattutto quando vi è unità di preghiera e comunione nella fraternità.
In secondo luogo, bisogna lavorare per l’integrazione dei bambini e dei ragazzi migranti. Essi dipendono in tutto dalla comunità degli adulti e, molto spesso, la scarsità di risorse finanziarie diventa impedimento all’adozione di adeguate politiche di accoglienza, di assistenza e di inclusione. Di conseguenza, invece di favorire l’inserimento sociale dei minori migranti, o programmi di rimpatrio sicuro e assistito, si cerca solo di impedire il loro ingresso, favorendo così il ricorso a reti illegali; oppure essi vengono rimandati nel Paese d’origine senza assicurarsi che ciò corrisponda al loro effettivo “interesse superiore”.
La condizione dei migranti minorenni è ancora più grave quando si trovano in stato di irregolarità o quando vengono assoldati dalla criminalità organizzata. Allora essi sono spesso destinati a centri di detenzione. Non è raro, infatti, che vengano arrestati e, poiché non hanno denaro per pagare la cauzione o il viaggio di ritorno, possono rimanere per lunghi periodi reclusi, esposti ad abusi e violenze di vario genere. In tali casi, il diritto degli Stati a gestire i flussi migratori e a salvaguardare il bene comune nazionale deve coniugarsi con il dovere di risolvere e di regolarizzare la posizione dei migranti minorenni, nel pieno rispetto della loro dignità e cercando di andare incontro alle loro esigenze, quando sono soli, ma anche a quelle dei loro genitori, per il bene dell’intero nucleo familiare.
Resta poi fondamentale l’adozione di adeguate procedure nazionali e di piani di cooperazione concordati tra i Paesi d’origine e quelli d’accoglienza, in vista dell’eliminazione delle cause dell’emigrazione forzata dei minori.
In terzo luogo, rivolgo a tutti un accorato appello affinché si cerchino e si adottino soluzioni durature. Poiché si tratta di un fenomeno complesso, la questione dei migranti minorenni va affrontata alla radice. Guerre, violazioni dei diritti umani, corruzione, povertà, squilibri e disastri ambientali fanno parte delle cause del problema. I bambini sono i primi a soffrirne, subendo a volte torture e violenze corporali, che si accompagnano a quelle morali e psichiche, lasciando in essi dei segni quasi sempre indelebili.
È assolutamente necessario, pertanto, affrontare nei Paesi d’origine le cause che provocano le migrazioni. Questo esige, come primo passo, l’impegno dell’intera Comunità internazionale ad estinguere i conflitti e le violenze che costringono le persone alla fuga. Inoltre, si impone una visione lungimirante, capace di prevedere programmi adeguati per le aree colpite da più gravi ingiustizie e instabilità, affinché a tutti sia garantito l’accesso allo sviluppo autentico, che promuova il bene di bambini e bambine, speranze dell’umanità.
Infine, desidero rivolgere una parola a voi, che camminate a fianco di bambini e ragazzi sulle vie dell’emigrazione: essi hanno bisogno del vostro prezioso aiuto, e anche la Chiesa ha bisogno di voi e vi sostiene nel generoso servizio che prestate. Non stancatevi di vivere con coraggio la buona testimonianza del Vangelo, che vi chiama a riconoscere e accogliere il Signore Gesù presente nei più piccoli e vulnerabili.
Affido tutti i minori migranti, le loro famiglie, le loro comunità, e voi che state loro vicino, alla protezione della Santa Famiglia di Nazareth, affinché vegli su ciascuno e li accompagni nel cammino; e alla mia preghiera unisco la Benedizione Apostolica.


FRANCESCO

mercoledì 11 gennaio 2017



PAGINE DI STORIA

“Boko Haram sta sterminando i civili”

Intervista a Marco Loiodice - 
Il Giornale,  9 Gennaio 2017

‘’È in corso un tremendo conflitto armato tra l’esercito del governo nigeriano e il gruppo armato di opposizione Boko Haram, gruppo di sedicente matrice islamica sunnita.
Il conflitto si è inasprito nel 2009, dopo l’uccisione del leader fondatore Yusuf, sostituito da Abubakar Shekau, e si è intensificato ulteriormente nella seconda metà del 2015 quando il governo nigeriano di recente elezione, guidato dal presidente Buhari, si è progressivamente reso consapevole che il fenomeno si stava allargando in modo preoccupante.
Infatti, Boko Haram era riuscito a occupare i territori e le capitali di tre stati del nord-est: Borno, Yobe e Adamawa.
Nel 2010 Boko Haram è arrivato ad attaccare le basi ONU nella capitale della Nigeria, Abuja. Inoltre il fenomeno si stava (e si sta tuttora) estendendo all’intera regione del lago Ciad, coinvolgendo quindi il Niger del sud, il Ciad occidentale e il Camerun del nord-ovest.
Attualmente la presenza sui territori e la capacità di azione di Boko Haram è molto ridotta anche in conseguenza di un’azione militare congiunta dei quattro paesi coinvolti.
Tuttavia la componente di ostinazione del gruppo è tale che sconfiggerli appare ancora difficile. Quali sono i riflessi di questa tragedia sulla popolazione?
La popolazione è tragicamente provata dalla presenza di Boko Haram che negli anni ha progressivamente rotto le connessioni sociali e sottoposto a continui rapimenti e inaudite violenze i villaggi presenti nei territori occupati e in quelli adiacenti.
Boko Haram invade e distrugge i villaggi e arruola a forza bambini e bambine e massacra gli adulti che provano a fare resistenza. Ma la popolazione è provata anche dalla durezza dell’azione militare governativa che contrattacca tagliando le vie di sostentamento verso le aree occupate, mettendo a rischio di morte per fame anche i civili.
Il risultato di tutto ciò è quella che dall’ONU e dalle organizzazioni umanitarie è stata definita “la più grave carestia” degli ultimi decenni.
Di recente l’ONU è arrivata a dichiarare che nello stato di Borno non ci sono più bambini sotto i cinque anni, e che “un’intera generazione è stata cancellata” dalla fame e dalla guerra.
Ci sono 2.300.000 sfollati e 7.00.000 persone a rischio di morte di fame, di cui il 60% circa sono minori. La violenza subita da minori e dagli adulti rapiti poi è inaudita.
I maschi sono indottrinati alla guerra, le ragazze sono violentate di continuo perché gli affiliati di Boko Haram credono di ottenere una “continuità generazionale” mettendo al mondo figli, tanto che una delle vie che il Governo prova ad esplorare per individuare le aree occupate sono le cosiddette “vie del viagra”, che i guerriglieri comprano a questo scopo.
Ci troviamo nel Sahel, una regione già storicamente segnata da carestie nei nostri tempi a causa dell’avanzare del deserto e dal prosciugamento del lago Ciad. Una popolazione molto povera, di pastori e contadini, dalle tradizioni antiche di straordinario fascino rischiano di svanire.
Quali sono le connessioni con il terrorismo islamico e l’Isis?
Nel 2009 Boko Haram si è divisa in due gruppi: il primo ha conservato il nome originario e ha cominciato una strategia di occupazione dei territori simile a quella dell’Isis, guadagnandosi il riconoscimento di al-Baghdadi, che ha dichiarato la regione colonia africana dello Stato Islamico, chiamandola “Western Africa Islamic State”; il secondo, Ansaru, si è affiliato invece ad Al-Qaeda adottandone le strategie terroristiche.
Connessioni locali?
L’organizzazione è stata fondata nel 2002 come gruppo non armato di protesta contro la dilagante corruzione dello stato e la mancata distribuzione delle risorse economiche del sud pieno di ricchezze per la presenza del petrolio e delle risorse naturali attorno al delta del fiume Niger. Il gruppo contrapponeva alla corruzione, che sostenevano avesse origine dai costumi occidentali (infatti “boko haram” si può tradurre come “istruzione occidentale proibita”), alla purezza del messaggio islamico. Così facendo trovava un naturale consenso presso le comunità locali, molto povere e messe a dura prova dal progressivo deteriorarsi delle condizioni ambientali. Basti pensare che per un certo periodo Boko Haram arruolava principalmente adolescenti che avevano aspirazione a lasciare le campagne per avviare attività imprenditoriali autonome, a sostegno delle quali i Governi avevano promesso loro supporto economico mai arrivato , se non proprio da Boko Haram.
Quali sono le vicende umane che più l’hanno colpita?
Ce ne sono tantissime. Il fenomeno che più colpisce è la propensione delle comunità adiacenti all’epicentro della crisi ad ospitare i profughi. Si vengono così a costituire nuclei famigliari in media di 9 o 10 persone (fino anche a 15, 20) entro le quali la presenza di adulti può essere anche nulla. I contadini, spesso tentano il ritorno alle loro terre per esserci nella stagione della semina, e spesso sono costretti a tornare indietro sui loro passi avendo trovato le terre ancora occupate da Boko Haram oppure dai pastori nomadi. Si produce così una raccapricciante guerra tra poveri all’interno della guerra stessa.
Ho raccontato molte di queste storie nel mio blog: “Guardami in faccia!”
Le autorità religiose locali combattono il fenomeno?
Sono spesso state accusate di produrre i terroristi tramite le scuole islamiche, ma ciò è stato smentito da ricerche condotte sul campo. In effetti esse sono una delle chiavi per ridurre il potenziale consenso e l’arruolamento spontaneo dei giovani, perché contribuiscono a mostrare le profonde contraddizioni tra quanto predicato da Boko Haram e il loro comportamento.
Che ruolo può giocare l’istruzione?
È fondamentale perché le popolazioni locali possano capire in modo oggettivo da dove derivano questi fenomeni e quanto siano controproducenti. Serve anche nella direzione di attenuare la stigmatizzazione che i bambini che fuggono da Boko Haram devono subire per essere marcati come ex-soldati e quindi carnefici, mentre invece sono evidentemente solo vittime.’’

Se penso che questo articolo è stato scritto appena due giorni fa e non 4 Millenni fa, allora il brivido si fa più intenso e il pensiero s’incupisce fino ad inorridire di fronte ad una realtà simile!
Non che se fossero accaduti nel passato queste azioni sarebbero state giustificate, violenze simili non sono mai e per nessun motivo giustificabili, ma appaiono ancora più cruente e inaccettabili nei nostri tempi, tempi in cui ci sono Organizzazioni Mondiali con il compito di vigilare e intervenire in casi come questi, Organizzazioni militari e umanitarie il cui compito precipuo è proprio la difesa degli indifesi, la protezione dei deboli, il soccorso alle popolazioni in pericolo, la loro presenza è giustificata dalla loro azione di prevenzione, di soccorso, di intervento anche armato, se necessario, per difendere chi viene ingiustamente e barbaramente trucidato, violentato, massacrato, sottoposto a sevizie e a crudeltà di ogni genere… in realtà, però, il loro compito si limita ad una presenza diplomatica sul territorio, con pochi spazi o poca volontà di intervento.
Certo, la situazione è tragica e pericolosa per tutti: da una parte c’è l’esercito governativo che impedisce qualsiasi intervento da parte di altri, perché vorrebbe risolvere le cose tenendo la popolazione in forma di schiavitù così da poter continuare a sfruttare tranquillamente le risorse interne ed arricchirsi mantenendo in povertà la popolazione; dall’altra parte ci sono i ribelli, inizialmente insorti per difendere i diritti del popolo, e poi anche loro caduti nella spirale del potere, della ricchezza e della violenza. Violenza efferata contro quelle stesse persone che avevano intenzione di difendere e a cui volevano dare diritti mai avuti e una certa dignità di vita negata dal Governo, per poter meglio sfruttare le loro terre.
Ecco dunque lo scenario definito semplicemente ‘’raccapricciante’’ nell’articolo, ma che va ben più in là del semplice raccapricciarsi, questo è sterminio allo stato puro, massacro senza clemenza, genocidio senza attenuanti.
Intere generazioni sterminate e violentate, un clima che per noi occidentali è immaginabile solo nei film di finzione, di fantasia… invece è la terribile realtà di tante popolazioni che oggi, sotto i nostri occhi , vivono l’apice della sofferenza a causa della violenza bestiale di cui alcuni uomini sono capaci.
È difficile sicuramente avere a che fare con gente che conosce solo il linguaggio della violenza, persone per le quali la vita vale meno di un pugno di terra, persone che non si fermano davanti a niente e a nessuno pur di affermare la propria volontà e il proprio potere dittatoriale.
Vivere in queste situazioni è qualcosa di inimmaginabile e di inaccettabile.
Eppure si vive così in tante parti del mondo, si muore così in tante parti del mondo.
C’è un mondo che si muove a tanti ritmi diversi, un mondo dalle mille sfaccettature, dalle mille situazioni, un mondo ancora per  molti versi ‘’primitivo’’ se pensiamo all’efferatezza di certe azioni e alla mentalità ancora schiava degli istinti animaleschi di supremazia, convinti che il potere vada conquistato con la forza e la violenza e che il più forte ha diritto di decidere della vita e della morte di chi è stato da lui sottomesso.
Qualche giorno fa mi sono trovato a vedere un film ambientato in Africa ai tempi delle prime colonizzazioni da parte degli Europei, (Spagnoli, inglesi, Italiani…); tutto il film è stato impostato sulle guerre tribali fra gli indigeni; il motivo dei loro saccheggi era legato alla necessità di avere dei  prigionieri per i sacrifici umani da innalzare ai loro dei, convinti che i tempi di carestia e le malattie fossero conseguenza della loro ira, per cui dovevano saziare la loro sete di sangue per ingraziarseli e mettere fine ai morbi che decimavano la loro popolazione e sperare in un raccolto più abbondante.
Un film di Mel Gibson spaventosamente cruento ma terribilmente realistico, ha fotografato una realtà storica che non può essere contraddetta, nonostante, si sa, ci sia  sempre l’aspetto cinematografico che ne altera e ne potenzia alcuni aspetti per renderlo più avvincente e catturare l’attenzione dello spettatore. Ma al di là di quelle che possono essere state le licenze cinematografiche che il regista possa essersi concesso, la realtà  di quei tempi e di quei luoghi resta indiscussa e indiscutibile.
Oggi, leggendo questo articolo di Marco Loiodice ho rivisto quasi alla moviola ogni scena di quel film, dalla fantasia ad una realtà che non lascia posto alla fantasia, ma che afferma la durezza e l’inadeguatezza dell’uomo moderno nel gestire le controversie umane facendo ricorso alle Leggi dell’Amore piuttosto che a quelle della Violenza.
È la conferma tragica e terribile di quanto ancora oggi l’uomo sia lontano dalla Logica dell’Amore, del dialogo, della Giustizia, della fratellanza.
Sembrano quanto mai fuori luogo queste parole di Pace, di Rispetto, di Aiuto Reciproco in situazioni di simili violenze, sembra demagogia, burocrazia, parole senza senso laddove si muore barbaramente, ingiustamente ed innocentemente trucidati, laddove la legge del più forte fa da padrone su ogni possibile dialogo basato su intenti di pace e di giustizia sociale.
Laddove c’è il potere e la ricchezza la coscienza non esiste, non ha spazi per esistere, non ha speranza di esistere, perché l’unica legge valida è quella di barbarica memoria ‘’occhio per occhio, dente per dente’’ e forse anche di più e di peggio ‘’ qui comando io e faccio fuori chiunque mi piace o chiunque voglia ostacolare, direttamente o indirettamente, i miei progetti di potere assoluto’’.
Capisco le difficoltà di intervento da parte delle Organizzazioni  Internazionali che tentano di intervenire in contesti simili, ma non è nemmeno accettabile che si lascino indisturbati reati simili, che nessuno aiuti queste popolazioni abbandonate a se stesse, la cui vita vale meno della vita di un moscerino, la cui vita non può essere definita ‘’vita’’, ma inferno!
Il grido di queste popolazioni si perde nelle foreste maestose o nel deserto sterile delle loro terre, il loro grido sale sicuramente fino a Dio ma non giunge alle orecchie degli uomini !
E non giunge non perché gli uomini siano così sordi da non udire… ma perché anche gli uomini che potrebbero o dovrebbero intervenire hanno occhi, orecchie e mani rivolti altrove… alle occasioni di arricchimento e di potere che queste situazioni portano in sé… le opportunità di  sfruttamento di queste situazioni sono tante e tali da far dimenticare il motivo della propria presenza sul territorio, la corruzione prevale sul proprio dovere e si finisce per essere carnefici più efferati di coloro che si intendeva combattere.
Ci sono poi gli interessi economici ed industriali dei produttori di armi, degli sfruttatori della miseria, dell’ignoranza, del bisogno del popolo di sopravvivere anche se sotto schiavitù e mancato riconoscimento dei propri diritti.
C’è di tutto in situazioni del genere. C’è proprio di tutto!
E questo non solo non fa onore a coloro che sono direttamente coinvolti, ma disonora l’intera Umanità nel momento in cui non ci si prende cura della parte più debole dell’Umanità, nel momento in cui prevalgono interessi privati o anche pubblici che azzerano i diritti sacrosanti di Vita, di Pace e di Giustizia Sociale.
È l’intera Umanità che dovrebbe farsi carico di queste situazioni ed ognuno, per il proprio ruolo, ne è personalmente responsabile.
Ma assumersi le proprie responsabilità non è mai stato ‘’di moda’’ né tanto meno lo è adesso… si sa … l’unica moda da seguire è quella delle sfilate… aiutare il prossimo in difficoltà, invece, rischiando la propria vita, è azione da ‘’eroi’’ e lo sappiamo bene … l’eroismo si ferma sui  libri d’avventura o sui film come quello di Mel Gibson dove vince la necessità di avere il lieto fine e l’epilogo spettacolare che soddisfi quel bisogno intrinseco di  vittoria del bene sul male!


Se poi nella realtà non sempre si avverte l’esigenza  di soddisfare questo intrinseco bisogno… questo è solo perché nella vita non valgono le ineludibili regole cinematografiche, ma le regole del gioco sono soggette a logiche diverse… a volte (o troppo spesso!) legate prevalentemente alle Forze del Male che se pur non sempre vincono… sovrastano spesso quelle del Bene!