domenica 6 novembre 2016

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Svolta del Papa: aprire ai profughi ma con prudenza
di Gian Guido Vecchi - Corriere della Sera, 2 Novembre 2016


Parla di ritorno dalla Svezia, Francesco, a cui riconosce «una lunga tradizione: non solo nel ricevere
ma anche nell’integrare». E allora, nell’affrontare il tema dell’accoglienza dei profughi coglie
l’occasione per un’importante riflessione...

Santità, da Siria o Iraq cercano rifugio nei Paesi europei e alcuni rispondono con paura, c’è chi
teme una minaccia al cristianesimo. Qual è il suo messaggio anche alla Svezia, che ora comincia a
chiudere le sue frontiere?

«Come argentino e sudamericano ringrazio tanto la Svezia perché tanti argentini, cileni, uruguaiani
sono stati accolti al tempo delle dittature militari. La Svezia ha una lunga tradizione di accoglienza:
non solo nel ricevere ma anche nell’integrare, nel cercare subito casa, scuola, lavoro, integrare in
un popolo. Si deve distinguere tra migrante e rifugiato. Il migrante deve essere trattato con certe
regole, migrare è un diritto ma un diritto molto regolato. Invece un rifugiato viene da una
situazione di guerra, fame, angoscia terribile. Ha bisogno di più cura, di più lavoro, e anche in
questo la Svezia ha sempre dato un esempio. Fare imparare la lingua, integrare nella cultura. Non
dobbiamo spaventarci per l’integrazione delle culture perché l’Europa è stata fatta con una
integrazione continua di tante culture».
Risultati immagini per immigrati bambiniE i Paesi che chiudono le frontiere?
«Credo che in teoria non si possa chiudere il cuore a un rifugiato. Ma c’è anche la prudenza dei
governanti che penso debbano essere molto aperti nel riceverli ma anche fare un calcolo di come
poterli sistemare. Perché un rifugiato non lo si deve solo ricevere ma integrare. E se un Paese ha
una capacità di venti, diciamo cosi, di integrazione, faccia fino a questo. Un altro di piu, faccia di
più. Ma sempre con il cuore aperto. Non è umano chiudere le porte e il cuore, e alla lunga questo si
paga, si paga politicamente, come si paga anche una imprudenza nei calcoli, nel ricevere più di
quelli che si possono integrare».

Qual è il pericolo?

«Quando un rifugiato o un migrante non è integrato si ghettizza, entra in un ghetto, e una cultura
che non si sviluppa in rapporto con l’altra cultura, questo è pericoloso. Credo che il consigliere più
cattivo dei Paesi che tendono a chiudere le frontiere sia la paura. E il consigliere più buono la
prudenza. Un funzionario del governo svedese e mi diceva che hanno qualche difficoltà, perché
vengono in tanti e non si fa in tempo a sistemarli, a trovare scuola, casa, lavoro, far imparare la
lingua... La prudenza deve fare questo calcolo. Se la Svezia diminuisce la sua capacità di
accoglienza credo non lo faccia per egoismo o perché ha perso la capacità. Se c’è qualcosa del
genere è per ciò che ho detto: tanti oggi guardano alla Svezia perché ne conoscono l’accoglienza, ma
non c’è il tempo necessario per sistemare tutti».

mercoledì 2 novembre 2016

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Un equivoco che Bergoglio vuole dissipare
di Aldo Cazzullo – Corriere della Sera, 2 Novembre 2016

È la prima volta che il Papa  parla di «prudenza»  nell’accogliere i rifugiati, e
 ancor più i migranti. Non è una correzione di rotta, ma una specificazione importante.
 Un conto è accogliere e integrare; un altro è incoraggiare un flusso imponente, che
alimenta anche traffici  criminali.
La paura forse non è la più nobile delle attitudini; ma non è una colpa. Non va
alimentata e usata. Ma non va neppure negata e rimossa.
Francesco fa bene ad ammonirci a non chiudere il nostro cuore, come ha
ripetuto ieri. Ma in passato è accaduto che le sue parole si prestassero a essere
confuse con un incoraggiamento a partire verso l’Italia. Un conto è accogliere e
integrare; un altro è incoraggiare un flusso imponente, che alimenta anche
traffici criminali. Per questo l’intervento a bordo del volo papale di ritorno dalla
Svezia serve a dissipare un possibile equivoco. Anche perché, accanto ai
sentimenti dei nuovi arrivati, Bergoglio mostra di tener conto anche di quelli
degli italiani.
Rifugiati e migranti — bene ha fatto il Papa a distinguere — non arrivano in un
Paese prospero, coeso, sereno. Si affacciano in un’Italia che vive un vero e
proprio dopoguerra. La crisi ha lacerato in modo devastante il tessuto industriale
e sociale, soprattutto al Nord, soprattutto in provincia. Il terremoto infinito e
diffuso del Centro Italia assorbe risorse ed energie della Protezione civile. In
queste circostanze, è quasi miracolosa la generosità con cui il Paese — a
cominciare dall’avamposto di Lampedusa — ha salvato e accolto centinaia di
migliaia di stranieri, nel disinteresse pressoché totale dell’Europa. L’accordo
sulla ripartizione delle quote dei migranti è stato vergognosamente disatteso: un
atteggiamento ben più grave delle rivolte sporadiche come quella — fuori luogo
— di Gorino.
Sui media tende a prevalere una visione irenica e spensierata dell’immigrazione,
tipica di un’élite per cui gli stranieri sono colf a basso costo e chef di ristoranti
etnici. Il primo Papa sudamericano ha un’altra storia, un’altra autorevolezza.
A maggior ragione le parole che abbiamo ascoltato ieri sono preziose.