domenica 25 maggio 2014

FRA SOGNI E BI-SOGNI

Ha 17 anni e viene dal Gambia.   Là, "la situazione non è facile"
A parlare è uno dei migranti sbarcati nel canale di Sicilia e tratti in salvo da Marina Militare e Guardia Costiera. Sogna di diventare un calciatore perché "sono bravo in tutti i ruoli, in difesa, come centrocampista, in attacco". 
Il suo idolo? Pogba.

Se dovessimo cercare negli archivi della memoria storica degli Italiani negli ultimi 100 anni... di sogni come questi ne troveremmo tanti... insieme a tanti altri : comprare la casa, comprare un campo con l'orticello e il pozzo, le scarpe nuove per i 7 figli, un vestito nuovo per la moglie  per la  messa della domenica ... piccoli e grandi sogni, piccoli e grandi bisogni.
I tempi dell'emigrazione italiana più che tempi di sogni... erano tempi di bi-sogni, erano le necessità primarie quelle che venivano a mancare... si sognava il pane ...
Era il tempo in cui i bisogni diventavano sogni... le necessità diventavano speranze.
Era il tempo in cui l'emigrazione si faceva ''bisogno'' così che il sogno avesse qualche possibilità di realizzazione.
Era il tempo in cui tutto il proprio mondo poteva essere racchiuso in una valigia di cartone, sradicato dal terreno della propria casa e ripiantato in terreni di cui non se ne  conosceva né la composizione nè la struttura.
Era il tempo delle partenze.
Era il tempo in cui si cantava…AMARA TERRA MIA… 
EMIGRANTE CHE VIENI EMIGRANTE CHE VAI…
ERA IL TEMPO DEGLI ADDII!!!
Era il tempo dei figli che crescevano senza aver mai conosciuto il padre e delle mogli che di notte inzuppavano i cuscini in attesa di una lettera, di una cartolina, di un ritorno.
Era un tempo che nessuno avrebbe mai voluto vivere, era un tempo in cui si combatteva per la sopravvivenza, per la vita stessa.
Era il tempo dei paesi popolati solo da donne e bambini… scalzi a rincorrere un cerchio di ferro…
Era il tempo della miseria e della fame… era il tempo dell’amicizia e della solidarietà, delle mani tese e del pane che si impastava e si divideva con il vicinato, con l’orfano e con la vedova.
Erano brutti tempi… ma erano tempi sani!
Ora i tempi sono un po’ migliorati… ma sono tempi corrotti!
Sono tempi ‘’chiusi’’, in cui il problema dell’uomo non entra nella sfera d’azione dell’altro uomo, neanche se i due stessero a dieci cm di distanza… sono tempi in cui si gira lo sguardo dall’altra parte e si sbuffa infastiditi da chi chiede aiuto perché non ha da mangiare per i suoi figli.
Certo che i tempi cambiano… e meno male… che cambiano, ciò è segno che i tempi son migliorati e la vita è al sicuro… ma non per tutti!
Già… non per tutti!
Per intere popolazioni è ancora il tempo della fuga, delle valigie di cartone, dei sogni spezzati, dei sogni che faticano a diventar realtà, dei bi-sogni che continuano a restare sogni.
 È il tempo in cui senza ‘’le mani tese della solidarietà’’ molti non potranno soddisfare nemmeno i loro bisogni primari e la stessa sopravvivenza diventa una speranza… a volte vana!
Cambiano i tempi… cambiano le persone… la storia non cambia ma si ripete!
Si ripete con altre popolazioni… si ripete e non ammette vie di scampo… senza le mani tese di coloro che hanno verso coloro che non hanno: cibo, casa, vestiti, lavoro…

L’altro giorno era festa nel nostro paese: le bancarelle hanno riempito le strade.
Noi guardavamo la merce sopra le bancarelle, indecisi nella scelta… loro si preparavano il giaciglio per la notte… una coperta maleodorante all’angolo della via… sotto i nostri balconi… accanto alle nostre porte.
Meno di 100 anni fa… sopra quelle coperte… c’eravamo noi!
Se l’America, l’Australia, la Germania… non ci avessero accolti… quei balconi e quelle porte oggi non ci sarebbero stati.
Ma la fame la si dimentica subito quando ci si siede ad una  tavola imbandita…
Noi abbiamo dimenticato!!! La tragedia vera dell’umanità è dimenticare! Non imparare nulla dalla storia passata. Farsi scivolare la storia addosso … e restare impermeabili ai suoi insegnamenti!
Dimenticando… abbiamo chiuso le mani, abbiamo imparato a buttare il cibo nella spazzatura, abbiamo imparato a vivere senza vicinato!
Ecco… la fame insegna la solidarietà, la condivisione del poco… la sazietà insegna la solitudine, l’egoismo… se il poco si può condividere… il molto lo si chiude a chiave e lo si nega a chi non possiede niente!
Forse rispolverare la nostra memoria a volte ci fa bene…ci permette di ricordarci che si è uomini e donne sempre e dovunque… con o senza la tavola imbandita, e  se si è uomini e donne non si può non sentire la voce del cuore che  soffre per anoressia d’amore!
L’anoressia d’amore è una delle peggiori malattie, non perché non ci sia la cura, ma perché è una malattia che nessuno vuole  curare… chi ne è affetto preferisce non curarsi… se non ci si cura… la morte del cuore è sicura!
Ci sono già tanti cuori spenti, tanti altri in agonia, tanti altri ad un passo dalla morte!
Occorre ossigeno, occorre apertura, occorre riscoprire la memoria e rivedere nei volti dei nuovi emigranti…  i volti dei nostri genitori o dei nostri nonni e considerare che… se alla memoria sfuggono facilmente i brutti ricordi … il cuore non dimentica il suo vissuto e lo conserva a lungo, nel bene e nel male.
Per rinfrescare la memoria a volte un canto può esserci d’aiuto… a ricordare il tempo in cui con la valigia di cartone partivamo noi … si partiva per terre  lontane sperando nell’ accoglienza di chi aveva una casa e una tavola imbandita…
Oggi seduti a quelle tavole ci siamo noi… a stendere la mano tocca a noi… ad aprire il cuore tocca a noi… siamo noi l’oggetto della speranza per interi popoli in fuga, spaventati e affamati.
Ora le scuse non servono… è tempo di ricambiare la solidarietà… di essere migliori di coloro che ci hanno preceduto… a fare meglio di loro, perché sulla nostra pelle ci sono ancora le ferite della guerra, della fame, degli addii…
Ora è tempo di… accoglienza!
Ora è tempo in cui i sogni vanno condivisi per garantire i bisogni e promuovere la vita.
I barconi di bambini annegati in mezzo al mare gridano giustizia!
Quei bambini un tempo erano i nostri figli che morivano per epidemie e per fame!
Ora è tempo di ricordare!
Ora … come sempre… è tempo d’amare!
Ora… amare… tocca a noi!
Dimostrare di esserne capaci… è una sfida… una sfida che non deve essere persa!
Se perdiamo la sfida dell’amore… perdiamo per sempre i battiti del nostro cuore!
A morire saremo noi… insieme a coloro che affondiamo nei barconi!




martedì 20 maggio 2014

L’EUROPA DEI CAMPI CHIUSI

Siamo alla vigilia delle votazioni europee.
Quest’appuntamento ci ricorda che l’Europa siamo pure noi, anche se a volte lo siamo solo per ‘’farne le spese’’.
Una cosa è certa… non siamo gli unici a farne le spese, c’è una moltitudine di persone ancora più invisibili di noi ‘’le cui spese pagate sono molto più salate delle nostre’’: parlo del fenomeno ‘’immigrazione’’ e del fenomeno ‘’mani lavate’’ che cammina di pari passo con il primo.
Il fenomeno ‘’ mani lavate’’ è piuttosto esteso e diffuso, è una pratica di antica consuetudine, di romana memoria direi, che si usa quando non si ha il coraggio di intervenire secondo giustizia e ci si  lava le mani, come per dire ‘’il problema non è mio, perché preoccuparmi inutilmente?’’.
Lavarsi le mani è un gesto che fanno in tanti, in troppi!
Lavarsi le mani è un gesto di pulizia… in questo caso… di pulizia etnica!
È un gesto di grave irresponsabilità da parte di coloro che dicono di essere responsabili di un intero continente.
Alcuni Paesi europei hanno deciso di ‘’accogliere’’ gli immigrati sparando loro addosso con i fucili, per -  ammesso che riescano ad evitare le loro pallottole – rimandarli indietro.
Indietro… dove?
Dalla guerra da cui fuggono! (Per chi - caso mai - non conoscesse i fatti, riporto al termine un articolo di questi giorni che ci dà un'idea della situazione in Libia).
Così, donne, uomini e bambini… vengono a trovarsi tra due fuochi: pallottole a prua da parte di coloro che stanno davanti e che dovrebbero accoglierli; e pallottole a poppa da parte di coloro dai quali fuggono a causa della guerra civile; senza contare le pallottole di coloro che prima li traghettano e poi -  giunti in mezzo al mare – alleggeriscono i barconi  senza troppi scrupoli, buttando a mare o sparando a coloro che ‘’sembrano essere di troppo’’.
Questa è l’Europa di cui –orgogliosamente – facciamo parte e che ci accingiamo a guidare nel prossimo semestre.
Questa è solo una ‘’faccia’’ dell’Europa, poi c’è l’altra faccia, quella dei ‘’campi chiusi’’, quella che apparentemente accoglie per poi segregare, possiamo anche dire’’ una versione rivista – ma mantenuta intatta - dei campi di concentramento’’, un’espressione che ci ricorda storie antiche – ma non troppo – di olocausti e stermini.
Secondo un’indagine dell’osservatorio di frontiere ‘’MIGREUROP’’, che qui sotto riporto integralmente, alla fine dello scorso anno in Europa c’erano circa 400 campi chiusi, ovvero campi in cui gli immigrati vengono ‘’chiusi’’, come bestie in un recinto, senza libertà e senza diritti, senza attenzioni di nessun genere, come dire ‘’carcere a cielo aperto’’.
Trattenuti, imprigionati, in attesa di che cosa… non si sa!
Si tratta di popoli che fuggono da una guerra che uccide con le pallottole ed incappano in un’altra guerra che uccide con l’indifferenza, l’intolleranza, la segregazione… tutto quello che si sa fare è ‘’ingabbiare’’ un popolo, circoscrivere la sua presenza, evitare contaminazioni!
Il papa ha osato dire al mondo che è una vergogna lasciar morire tanta gente sotto i propri occhi, sapendo di poterla salvare… ma forse bisognerebbe ricordare prima al mondo il significato della parola ‘’vergogna’’, perché pare proprio che se ne sia persa la memoria!
C’è un senso di ‘’giusta ingiustizia’’ che ormai ha preso il primo posto nelle coscienze europee che fa davvero paura”!
L’Italia, certo, non è da meno.
Ci si alterna fra situazioni di salvataggio e altre di ‘’sviste clamorose’’, fra situazioni di apparente solidarietà ed altre di evidente razzismo.
Non so se tutto questo sia più da biasimare o più da condannare… quel che è certo è che c’è un mondo allo sfascio: un mondo di apparente perbenismo che non sa più piegarsi sulle ferite dei fratelli, che disdegna il fratello bisognoso, che chiede aiuto perché la sua vita è in pericolo; un mondo che fa i conti solo con ‘’i numeri’’, che non sa più associare nomi, volti ed esperienze di vita e riconoscersi in quei volti sofferenti e spauriti.
C’è sicuramente un mondo in subbuglio, c’è tutta una parte di mondo che deve ancora crescere, culturalmente ed economicamente, c’è un’emergenza che indubbiamente non è facile gestire: un continente che si svuota ed un altro che si riempie a dismisura; è un resoconto storico di non facile interpretazione e comprensione… ma è storia di uomini, di uomini che chiedono dignità e speranza di vita.
Il punto da tener presente è solo questo: è storia di vite umane.
Tutto il resto può fare da corollario, ciò da cui si deve partire è soltanto questo: aiutare l’uomo che fugge dalla morte.
La cronaca ci racconta e ci conferma che nella nostra ‘’cultura di morte’’ non c’è più spazio per la vita: né per chi nasce, né per chi giunge da lontano, né per chi occupa un letto in attesa dell’ultimo respiro.
Il fenomeno immigrazione si colloca in questo quadro esistenziale, di respiro europeo: la morte è l’unica soluzione ad una vita indesiderata!
La vita è un peso. La morte una soluzione.
Ci pesa e ci spaventa la vita così tanto che si vede la morte come unica speranza per un equilibrio a dir poco… squilibrato!
Sappiamo uccidere sorridendo… non sappiamo più sorridere accogliendo!
Non è una conclusione dettata da un momento di sconforto… ma una realtà che si concretizza sotto gli occhi di tutti!
Dobbiamo prendere atto che la Storia dell’Umanità sta regredendo in maniera impressionante!
Possiamo accettare o non accettare, a livello ideologico, questo resoconto, resta il fatto, però, che… i fatti ne danno conferma: un’Umanità che non sa più apprezzare e accogliere il dono della vita, che si lascia dominare dal Male, che non sa fare più gesti di amore, che non sa più donare se stessa, che uccide in nome di una giustizia-fai-da-te, priva di eticità e di senso morale.
’Di Europa si deve parlare’’ è lo slogan pubblicitario che ci viene propinato in questi giorni: sì, di Europa si deve parlare… ma dopo averne parlato… bisogna anche preoccuparsi di farla… e soprattutto di darle ‘’un’anima’’, che sia un’Europa viva… per la Vita!
Non un’Europa fobica, ma un’ Europa che non ha paura di rimodellare i suoi confini geografici ed ideologici. Un’Europa dalla mano tesa per tirare dentro ‘’la barca della vita’’ e non per sparare dentro le barche ed uccidere la vita spaventata e terrorizzata già di per sè.
L’Europa è una gran bella cosa… ma deve impegnarsi a crescere se vuole davvero che la sua bellezza splenda davanti ai popoli; deve avere il coraggio di aprire i suoi campi, di abbracciare e di accogliere la Vita che è in difficoltà.
L’Europa deve decidere se vuole essere ‘’Culla per la Vita’’ o ‘’obitorio di morte – non casuale né naturale – ma terribilmente e squallidamente voluta, desiderata, decretata!’’
La scelta si impone.
Il cuore propone.
La mente si oppone.
La vita… soccombe!
L’Umanità si corrompe nella sua natura.
Possiamo ancora farcela… ma occorre prima  fortemente volerlo!


Migreurop e la carta dei campi chiusi per stranieri
28 dicembre 2013
Pubblicato da andrea inglese
[Dal sito Migreurop: osservatorio di frontiere pubblico questo intervento, che chiarisce gli intenti dell'osservatorio militante e fornisce un aggiornamento sulle campagne contro la detenzione dei migranti nei campi chiusi.]

393: è questo il numero di campi chiusi per stranieri che appaiono sul sito closethecamps.org , online da oggi. Recensiti nei paesi dell’Unione europea (UE), quelli candidati all’adesione all’UE, elegibili alla politica europea di vicinato (PEV) o ancora negli Stati che collaborano alla politica migratoria europea, questi campi erano tutti operativi tra il 2011 e il 2013.
Queste cifre non rivelano che la detenzione nei campi chiusi (dove la privazione della libertà delle persone straniere è totale), luoghi emblematici delle numerose violazioni dei diritti fondamentali delle popolazioni migranti.
Da oltre 10 anni, Migreurop recensisce e documenta questo fenomeno. Al fine di far luce su questa realtà complessa e multipla e sensibilizzare il maggior numero di persone possibile, la rete ricorre, tra l’altro, alla cartografia. La “ Carta dei Campi ”, la cui quinta edizione è stata pubblicata nel 2012, permette di illustrare l’evoluzione e la moltiplicazione dei luoghi di detenzione degli/delle stranieri/e.
Al di là del suo lavoro di raccolta e diffusione di informazioni, Migreurop intende mobilitare tutti coloro che si oppongono ai meccanismi di detenzione ed allontanamento dei/delle migranti e ne difendono i diritti fondamentali. 

La campagna Open Access Now, lanciata nel 2011 per chiedere un accesso incondizionato della società civile e dei giornalisti ai centri di detenzione per stranieri/e ha permesso di mettere in evidenza l’opacità che continua a caratterizzare questi luoghi di detenzione  : difficoltà – per le associazioni, i/le ricercatori/trici, i/le familiari ed amici/che dei/delle detenuti/e e tutti/e i/le cittadini/e – di accedere alle informazioni su questi dispositivi, i contatti a volte difficili con le persone detenute, gli ostacoli alle azioni di sostegno e le iniziative di rivendicazione e sensibilizzazione su questo tema.
Da questa constatazione è nata, in seno alla rete Migreurop, l’idea di lavorare alla realizzazione di una banca dati e alla creazione di una « Cartografia dinamica della detenzione degli/delle stranieri/e » al fine di promuovere l’accesso del maggior numero di persone possibile alle informazioni riguardanti la detenzione amministrativa e le sue conseguenze sulla vita ed i diritti delle persone migranti.
Questo progetto partecipativo e ambizioso è stato presentato pubblicamente il 6 dicembre 2013 nel quadro dell’incontro internazionale “La detenzione degli/delle stranieri/e in Europa e al di là : quali orizzonti ?” organizzato da Migreurop e l’Observatoire de l’Enfermement des Etrangers (OEE, Francia).

Oggi, nell’ambito del progetto dell’ antiAtlas des frontières e della mostra che si terrà dal 13 dicembre al 1° marzo a “La Compagnie” a Marsiglia, la rete mette in linea il sito e conta sul contributo di tutti/e per alimentare questa iniziativa contro “L’Europa dei campi”

....................................

79 morti e 141 feriti in scontri a Bengasi

Governo e parlamento prendono le distanze da ex generale Haftar

La Libia ripiomba nel caos. Con l'offensiva sferrata da Khalifa Haftar, ex generale in pensione ora a capo di un esercito paramilitare dotato anche di aerei e elicotteri che ha lanciato i suoi uomini contro le milizie integraliste islamiche, definendole gruppi di terroristi. Il risultato è stato un durissimo scontro con un bilancio - ancora provvisorio - di 79 morti e oltre 140 feriti.
Il governo di Tripoli ha gridato al colpo di Stato con un comunicato congiunto di governo, parlamento e esercito, letto dal presidente del Congresso generale nazionale (Cng, parlamento) Nouri Abou Sahmein, nel quale l'attacco compiuto da Haftar viene definito "al di fuori della legittimità dello stato", un vero e proprio "colpo di stato". Il generale nega: " L'operazione lanciata venerdì e battezzata 'Dignità' mira a ripulire la Libia dai terroristi. Abbiamo cominciato questa battaglia e continueremo fino a raggiungere il nostro scopo. Il popolo libico è con noi'', ha aggiunto precisando che altri suoi uomini sono pronti ad intervenire in diverse zone della Cirenaica.
Sono continuati nella notte fra sabato e domenica i disordini a Bengasi tra i paramilitari guidati dall'ex generale Khalifa Hafter e milizie islamiste. Forti deflagrazioni e spari sono proseguiti tutta la notte nella seconda città libica. La stazione radio del gruppo estremista Ansar al Sharia, ritenuto responsabile dell'attacco al consolato americano del settembre 2012, sarebbe stata distrutta da un'esplosione. Anche un deposito di munizioni di un altro gruppo armato è stato preso di mira.

lunedì 12 maggio 2014

LE STAGIONI DEL CUORE

Lampedusa, Europa. La fabbrica della clandestinità

“Per istituire il proprio sé, cioè il «noi» che si autogoverna, l’Unione Europea istituisce frontiere e politiche dell’immigrazione. Senza dubbio, una delle offerte dell’Unione Europea ai paesi membri è: «Unisciti a noi e ti aiuteremo a vigilare sulle tue frontiere contro i lavoratori indesiderati. Ci assicureremo anche che tu possa avere quei lavoratori a basso costo e che loro entrino con uno status meno che legale. E non preoccuparti: la tua popolazione non si altererà in modo permanente». O ancora: «potremmo produrre una classe lavoratrice permanente per te»…”
[Judith Butler, "who sings the nation-state?"] 27 ottobre 2008 

Questa verità, a dir poco sconcertante, già declamata nel lontano (ma non troppo) 2008, è la spiegazione pratica di tutto quello che è successo in questi ultimi tempi: i naufragi, gli affondamenti, le frontiere aperte – ma condizionamente – i flussi migratori ‘’a tempo’’, cioè regolari secondo certi criteri politico-economici, le accoglienze, spesso fallimentari, le partenze forzate o ritardate, le burocrazie che altro non sono se non sintomi di una politica e di una cultura dell’interesse, frutto di accordi nazionali ed internazionali basati sull’uso improprio di ‘’merce umana’’ apparentemente clandestina, ma in realtà sempre sotto controllo da parte di organismi addetti al ‘’lavoro nero’’, a controllare quelle modalità di sfruttamento e di commercio ‘’della persona’’ che consente guadagni facili a chi muove tutta la struttura ‘’economica’’ sommersa, quel giro d’affari – per essere più chiari – illegalmente legalizzato o legalmente illegalizzato che dir si voglia.
C’è un universo sommerso o meglio ‘’apparentemente sommerso’’, ad opera di organismi socio-politici,  che giustificano tutto quanto accaduto in questi ultimi anni, c’è una logica perversa che guida e legalizza lo ‘’sfruttamento di carne umana’’, una ‘’nuova tratta degli schiavi’’, in una forma apparentemente casuale, ma in realtà ben organizzata alle spalle di chi soffre e spera che la mano che sembra porgerle aiuto sia sincera e sinceramente preoccupata del suo futuro. È un inganno. È un’illusione. È una truffa alle spalle di popolazioni già duramente provate da fame, carestia, guerre e persecuzioni e non c’è niente di peggio che l’infierire sulla pelle di chi è già stato messo a dura prova da eventi bellici di indicibile violenza.
Certo, tutto questo produce quel disincanto umanitario che molte volte vela queste situazioni e le fa apparire come ‘’azioni da buoni samaritani’’; in realtà dietro ad ogni intervento, qualunque sia la sua natura, si nasconde l’ombra della mafia legalizzata.
È pur vero, e questo va riconosciuto, che ci sono esempi di correttezza e di vero amore fraterno, di sincera preoccupazione per la vita di tanti profughi, sballottolati e messi a dura prova da tante vicende sociopolitiche nei Paesi di appartenenza; un esempio è la Casa-famiglia Lo scoiattolo, dove l’accoglienza è di casa e l’apertura umanitaria è la regola fondante e l’unico principio portante; altri esempi si colgono qua e là, soprattutto in strutture di natura religiosa.
Tanto per citarne una, possiamo far riferimento alla casa diocesana di AC, in Agrigento, che è diventata un centro di accoglienza per immigrati:

’Bussano alla porta, ma noi abbiamo poco o nulla da offrire. Mentre ci chiediamo perché tocchi a noi, dobbiamo scegliere: aprire o blindarci…’’ Massimo Muratore è il presidente di AC dell’arcidiocesi di Agrigento, nel cui territorio ricade Lampedusa, il simbolo degli sbarchi.
‘’Ma da quando è iniziata l’operazione Mare Nostrum -  spiega – l’emergenza si è spostata dalla costa alla terraferma. E la nostra sede diocesana è a ridosso della stazione di Agrigento, dove si aggregano decine e decine di disperati ogni giorno…’’
Un racconto che è l’inizio di un’esperienza concreta. ‘’Li vediamo passare a nugoli, derelitti, mentre facciamo le nostre riunioni. Un giorno, due, tre… poi la scossa: inutile stare qui seduti a parlare. Inizia una catena di solidarietà. I presidenti parrocchiali raccolgono e portano in sede coperte, asciugamani, scodelle. Ma non basta. Qualcuno ha bisogno di lavarsi e il centro ha una doccia. ‘’Rendiamola disponibile’’.
Un moto di solidarietà si trasforma in un servizio vero e proprio. Una decina di giovani si danno un’organizzazione.
Fanno i turni, servono presidi anche di notte per chi ha bisogno. Una sede snaturata?
‘’ No – sorride Muratore – è una sede che ora ha un’anima. Un letto e un bagno caldo restituiscono dignità’’.
L’arcivescovo di Agrigento è Francesco  Montenegro, presidente della commissione Cei per le migrazioni.
‘’E’ lui – conclude Muratore – a spingerci ad unire solidarietà ed elaborazione culturale. Abbiamo il compito di costruire un’idea di futuro che ci comprenda tutti, senza più ‘’noi’’e  ‘’loro’’. (M.I., da Avvenire 1.5.14).

Ecco il binomio della speranza vera: solidarietà ed elaborazione culturale’’.
Due necessità impellenti che potrebbero dare una svolta al nostro e al loro futuro; una risposta concreta alla ‘’cultura dello scarto’’ ed una testimonianza esemplare per la costruzione della ‘’cultura dell’inclusione, dell’accoglienza, dell’incontro.’’
Esperienze come questo non sono, per fortuna, tanto rare, ce ne sono diverse sparse sul suolo nazionale, risposte concrete ed attenzione reale all’altro che bussa alla nostra porta, proprio come dice il titolo dell’articolo sopra riportato ‘’Bussano alla porta e noi apriamo’’.
In questo mondo c’è chi bussa e c’è a chi tocca la decisione di aprire o meno la porta della propria casa e del proprio cuore: qualcuno apre, molti – tanti -  scelgono di non farlo, per paura, per indifferenza, per scarsa conoscenza delle reali situazioni di tanta gente che fugge dal mostro della guerra, per calcoli di natura economico-politici… sono purtroppo tanti i ‘’falsi samaritani’’, ma quei pochi che hanno il coraggio e l’amore per accogliere a cuore aperto i profughi, danno testimonianza esemplare dell’Amore cristiano ed umanitario, rispondendo a bisogni e richieste con azioni concrete e libere da pregiudizi e opportunismi.
Sicuramente occorrerebbero ‘’più don Giuseppe’’, più don Francesco, più presidenti e membri di associazioni, laiche e non…’’ ,più gente che si accorga del grido sommerso di intere popolazioni che vivono al limite o sotto il limite della decenza umana.
Sicuramente occorrerebbero più gesti concreti, che discorsi di circostanza; più amore fraterno che politiche di interesse e di esclusione, di espulsione, di sovversione, di manipolazione e sfruttamento della sofferenza e dei bisogni altrui.
Occorrerebbero tante cose che non sarebbero difficili da realizzare per dare risposte ai bisogni reali di tanta gente… occorrerebbe semplicemente rinnovare il cuore… ma questa rivoluzione, purtroppo, a quanto pare, è ben lontana dal verificarsi… il ‘’contagio dell’amore’’ si diffonde molto lentamente… sono tanti gli ostacoli che incontra, c’è chi vorrebbe addirittura debellarlo, considerandolo ‘’un attacco alle istituzioni’’; c’è chi vorrebbe negarlo, fermarlo con il vaccino ‘’dell’ antitrust’’, della lotta ferrea e costante alle libere iniziative, perché sottraggono forza-lavoro alle lobby internazionali.
Sono tante le reazioni al problema immigrazione: le risposte un po’ di meno; le soluzioni concrete ancor meno; resta, tuttavia, il fatto che la storia è fatta di uomini e dagli uomini… l’impegno dovrebbe essere quello di riuscire a considerarsi ancora ‘’uomini’’ dopo le scelte e le decisioni che ognuno prenderà in merito alla realtà che gli si pone davanti: san Martino, un santo conosciuto da tutti, dall’alto del suo cavallo e racchiuso nel suo mantello, in una giornata grigia di novembre, si trovò improvvisamente davanti un povero, nudo e affamato; avrebbe potuto ignorarlo, passare oltre, proseguire tranquillamente per la sua strada, evitare di ‘’contaminarsi’’ con la povertà umana; invece sguainò la sua spada, si tolse il mantello che lo riparava dal freddo, lo divise in parti uguali e ne porse metà al mendicante.
La sua nobiltà, ereditata per discendenza, si trasformò in nobiltà conquistata per dono, quella nobiltà che da quel momento in poi, appartenne solo a lui.
Il grigiore e la nebbia autunnale si dissolsero: il sole brillò fra le nuvole… l’estate si sostituì all’inverno che ormai incombeva.
Era il sole della Vita. Il Sole dell’Amore. Il Sole della Giustizia. Il Sole della Solidarietà.
Sta a noi, dunque, decidere se continuare a nasconderci dietro la nebbia che rende tutto grigio, tutto piatto, tutto immobile… oppure dare una mano al Sole perché torni a risplendere nel cielo di tutti.
È una scelta personale. È una decisione razionale.
È un modo di essere. Un modo di pensare. Un modo di vivere. Possiamo vivere immersi per sempre nell’autunno grigio e spento dei nostri giorni oppure immersi nel calore dinamico ed estivo dell’amore.
Possiamo decidere in quale stagione preferire vivere.
Quelli come don Giuseppe hanno scelto, per esempio, la primavera, cioè il tempo della rinascita, del germogliare di una vita nuova, della piantagione di semi nuovi capaci di dare vita a gesti duraturi e maturi, in vista di un sole che illumini e riscaldi sempre la vita di ciascuno come una ‘’eterna estate di san Martino’’.
A noi… la scelta, dunque, della stagione preferita:
la primavera: che annuncia il risveglio del cuore;
l’estate: che riscalda e illumina e prepara la festa del cuore;
l’autunno: che si curva su se stesso avvolto nel suo mantello grigio e stanco, rattoppato e poco utile anche a se stesso;
l’inverno: con il suo  gelo, che blocca la vitalità del cuore; che porta alla morte del seme; che rende inutile il  germe dell’amore ricevuto in dote all’inizio della propria vita.

La scelta è nostra.
I benefici sono degli altri.
I semi messi in campo sono frutti duraturi.
Soltanto il calore di un abbraccio può far risplendere il sole anche quando le nuvole dominano il cielo!

Occorrerebbe augurarsi una ‘’rinnovata estate di san Martino’’ nei nostri cuori annebbiati e ingrigiti, prossimi alla morte, ma sempre contenenti il germoglio dell’Amore!
PAGINE DI STORIA

VIVERE LA GUERRA 
ovvero 
LA GUERRA CONTRO LA VITA

Il rapimento, di questi giorni, delle 234 ragazze, comprese tra i 12 e i 17 anni, in Nigeria, ad opera del gruppo fondamentalista Boko Haram, porta, all’attenzione del mondo,  la violenza che un gruppo di fondamentalisti islamici semina da anni e le condizioni estreme, fatte di paure, abusi, ricatti e di ogni genere di violenza, in cui vive una popolazione da decenni .
Ci fanno rabbrividire i dati espressi in questo articolo, fanno rabbrividire noi che conosciamo appena questo universo islamico e realtà come queste, sparse, purtroppo, in buona parte dell’ Africa.
Dobbiamo riflettere su quanto ci viene detto in questo articolo  e dobbiamo chiedere scusa a coloro che cercano di sfuggire ad una violenza ingiustificata e disumana perpetrata nel loro Paese ed incorrono nella disumana indifferenza di tanti, nei cosiddetti Paesi ‘’civilizzati’’,  che covano pensieri di morte più atroci di quelli di Boko Haram.

A febbraio gli attacchi contro due collegi provocarono 84 vittime
‘’I talebani nigeriani’’ legati alla galassia qaedista Boko Haram, il gruppo autore di decine di attentati in Nigeria e implicato anche nel sequestro delle 234 studentesse, affonda le proprie radici in piccole sette debellate a fine anni Novanta e inizio Duemila  nel nord-est della Nigeria.
Le roccheforti dell’organizzazione sono nella zona di Maiduguri, capoluogo dello Stato Nord-Orientale di Borno.
I ‘’Boko Haram’’ hanno sempre maggiori capacità finanziarie e tecniche e collegamenti internazionali, tra cui al-Qaeda ‘’.
Il fondatore di Boko Haram, che in lingua locale significa ‘’l’istruzione occidentale è peccato’’, è stato nel 2002 l’imam Mohammed Yusuf (morto nel 2010 in prigione). Oltre tremila le vittime attribuite al gruppo in dieci anni.
Lo scorso 25 febbraio  il gruppo ha massacrato 59 studenti del collegio Buni Yadi nello Stato di Yobe. Appena 48 ore dopo, gli islamisti avevano incendiato un collegio religioso nel villaggio di Shuwa, provocando 25  vittime. Nella cronologia degli eventi di dieci anni di terrore c'è di tutto: dagli agguati nella capitale  alla miriade di attacchi ai militari nigeriani, esponenti del clero musulmano moderato, fedeli e sacerdoti cattolici (da Avvenire 1.5.14; P.M.AI.).

giovedì 8 maggio 2014



PAGINE DI STORIA

IN SUD SUDAN OLTRE 9000 BAMBINI TRA I COMBATTENTI

''Guerra, carestia e il ritorno dei bimbi-soldato: per l’ONU è allarme rosso nel Sud Sudan, duramente scosso da quattro mesi 
di guerra civile e sull’orlo della fame.
Da gennaio, il presidente Salva Kiir e il suo ex vicepresidente 
Riek Machar avrebbero dovuto sospendere le ostilità, ma non l’hanno mai fatto. L’Alto Commissario per i diritti umani dell’ONU, Navi Pillay, ha accusato entrambe le fazioni di aver reclutato bambini soldato, oltre novemila, senza dimenticare i bambini ‘’uccisi durante gli attacchi indiscriminati ai civili da entrambe le parti’’.
Le Nazioni Unite  hanno più volte lanciato l’allarme per le sorti del Sud Sudan, scosso da una gravissima crisi umanitaria che finora ha provocato più di 1,2 milioni di sfollati, tra i quali quasi 300mila civili fuggiti nei Paesi circostanti per sfuggire alle violenze.''

Ecco, mentre noi stiamo a discutere se aiutare o meno i profughi che giungono sulle nostre spiagge, laggiù, nella loro Africa succedono cose che appartengono alla nostra preistoria; ma sono fatti reali, terribili fatti reali di oggi, fatti che nessun libro di storia dovrebbe raccontare mai più, invece sono cronaca quotidiana,  massacro quotidiano, violenza quotidiana, disastri umanitari quotidiani! Cosa dire più di questo? Cosa può esserci di più grave di questo?
Forse una cosa c’è, forse c’è qualcosa più grave di questa terribile violenza: l’indifferenza!!!
I discorsi vuoti che uccidono!
Le convinzioni sadiche che non conoscono queste realtà.
I dialoghi… le soluzioni ‘’facili’’ di chi è convinto di saper fare giustizia.
Ma non può esserci giustizia… fino a quando a vincere è l’indifferenza per il dolore altrui!


Pesano questi 9mila bambini… pesano sul nostro silenzio!
Pesano... sul nostro cuore in panne!

mercoledì 7 maggio 2014


La disumana umanità del nostro tempo!

‘’Nel 2014 ci si sta avvicinando ormai a quota 30mila arrivi. La cronaca è ormai un bollettino quotidiano di centinaia e centinaia di stranieri soccorsi dalle navi della missione Mare Nostrum su imbarcazioni sempre più fatiscenti. Oggi è arrivata ad Augusta una nave della Marina Militare con 1.170 migranti (oltre 200 minori non accompagnati), mentre un'altra con 358 a bordo (tra cui due donne incinte) è stata fatta attraccare al porto di Palermo, dato che i centri di accoglienza di Pozzallo sono pieni.’’
(da un articolo giornalistico del 2 Maggio 2014)
Questa è la situazione odierna, una realtà che si cerca di affrontare come meglio si può, chiedendo l’aiuto di tutte le forze in campo. Questa è l’emergenza umanitaria di cui qualcuno cerca di farsi carico e, pur tra mille difficoltà di ogni genere, cerca di salvare una vita umana, perché prima di tutto si tratta di questo: mettere in salvo un essere umano.
Ma, come dice qualcuno, in un forum sul web ‘’l’uomo comune non ragiona’’, non ragiona perché è abituato a non ragionare oppure a ragionare sempre e soltanto in modo egocentrico o con l’unico riferimento al discorso economico.
Mi ha fatto molto male leggere alcuni commenti sull’argomento ‘’immigrazione’’ che, non senza difficoltà e sofferenza, riporto qui di seguito, non certo per esaltarli o dare loro altro spazio di visibilità, ma perchè, pur nella loro crudele disumanità, possono aiutarci a riflettere su questo così delicato e doloroso problema che è  quello dell’immigrazione ovvero la fuga di intere popolazioni da luoghi di morte.
Questa che segue è solo una piccolissima parte di una discussione trovata sul web e fatta da interlocutori diversi per età e per occupazione, adeguatamente ripulita nei termini e nei toni di estrema volgarità…

 - è proprio brutto vedere come cambiano i tempi, 20 anni fa si diceva che sarebbe stato disumano affondare un gommone immigrato che arrivava dall'Albania o dall'Africa, oggi credo che il 90% degli Italiani lo affonderebbe con le proprie mani
- Non costerà di meno lanciare 4 bombe sulle imbarcazioni?
- Non voglio dire di affondare i barconi come sostiene qualcuno in questi commenti, ma ci vuole tanto a mandare la flotta a bloccarli al limite delle acque libiche per rispedirli SUBITO indietro ???
-       Ma che sparate ...centri accoglienza cercano soluzioni??????????? ce n’è una sola, riportarli a casa loro, gli date da mangiare e via si riparte… basta........... (New York University)
- Felice che la marina faccia il suo dovere di guardiano e salvatore nei nostri mari. Chi si lamenta dovrebbe prima capire i motivi di questi flussi migratori. Non li volete sulle nostre coste? Perfetto. Allora andate nel loro paese e mettete fine ai loro problemi.
- Gli Africani si riproducono velocemente  e in poche generazioni ci saranno milioni di africani clandestini in Italia.

Leggendo queste ‘’opinioni’’ mi veniva da pensare alla storia di Mosè, che qui, per chi non la conoscesse, riporto brevemente: Nato da Yochebed e Amram, il piccolo Mosè venne nascosto in un cesto dalla madre a solo tre mesi di vita, e deposto sulle rive del Nilo per essere salvato dalla persecuzione voluta da Faraone . Infatti il Faraone aveva detto al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli d'Israele è più numeroso e più forte di  noi. Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese». Impose quindi agli Ebrei i lavori forzati per opprimerli. Ma il popolo ebreo continuava a aumentare così il re d'Egitto disse alle levatrici degli Ebrei di uccidere i figli maschi degli Ebrei, ma le levatrici non lo fecero. Allora il faraone diede quest'ordine a tutto il suo popolo: «Ogni figlio maschio che nascerà agli Ebrei, lo getterete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni figlia»  . Dalle acque del Nilo, Mosè fu raccolto dalla figlia del sovrano che, commossa dal pianto del bambino, decise di adottarlo come suo figlio, affidandolo, su invito di Miriam, sorella del neonato, alla madre naturale affinché lo nutrisse
Come si può notare, la storia non è cambiata affatto: parliamo di Millenni di anni fa, eppure il modo di ragionare è identico, tragicamente identico, perdutamente identico, crudelmente identico: dov’è il nostro presunto progresso???
Il faraone temendo l’invasione di un popolo pacifico decise di sterminarlo: noi, a quanto pare, non siamo da meno!
Che cosa fece la mamma di Mosè? Mise il proprio figlio in una cesta e lo affidò alla corrente del fiume, nella speranza di garantirgli una qualche possibilità di salvezza, confidando nell’aiuto divino.
Che cosa hanno fatto quelle 200 e più mamme che hanno affidato i loro figli ‘’minori’’ alle acque del Mediterraneo, nella speranza che qualcuno li salvasse?
Li hanno messi su dei barconi, non più resistenti e sicuri di una cesta di vimini, per salvarli dalla persecuzione ed hanno confidato nell’aiuto e nell’umanità di altri popoli.
La differenza dove sta?
 Non ne vedo molte, tranne una sola: la figlia del faraone sapeva che Mosè era ebreo, sapeva che tenendolo con sé sarebbe andato contro la volontà e gli ordini del padre, ma l’ha tenuto ugualmente, amandolo come se fosse il suo vero figlio; noi, invece, come ci comportiamo?
Vorremmo affondare i figli di coloro che subiscono persecuzioni e abusi ogni giorno!
Non credo che questo ci faccia molto onore!
Ci sono, per fortuna, anche tanti buoni esempi, tanta gente si è prodigata, personalmente, per accogliere e dare soccorso a molti di loro, ma tanti, purtroppo, non riescono ad andare oltre il proprio recinto, chiusi nelle loro personali paure e nei loro discorsi-non ragionati e così regrediscono di millenni di storia!
Per  dare risposta a chi, molto convintamente, propone di rispedirli al mittente ed a chi propone di conoscere le motivazioni delle loro ‘’fughe’’, vi riporto un articolo apparso sul giornale ‘’Avvenire’’ del 1° maggio scorso; mentre in Italia si cantava e si cercava di festeggiare un lavoro che non c’è, in Siria accadeva ben altro…

Raid su una scuola ad Aleppo, mentre i bambini stavano tenendo
una mostra dei loro disegni : 18 le vittime.
‘’Ancora morte e distruzione in Siria. E, ancora una volta, la guerra non risparmia i bambini. Un raid  aereo ha centrato, ieri, una scuola ad Aleppo e ucciso 18 civili, tra i quali almeno dieci sono bambini di età compresa fra i 12 ei 13 anni. Ad affermarlo è l’Osservatorio siriano dei diritti umani, almeno un insegnante è rimasto ucciso nell’edificio, dove i bambini, secondo quanto ha affermato l’attivista Mohammed al Khatieb, stavano ‘’tenendo una mostra dei loro disegni’’. La scuola si trovava nel quartiere di Ansari, prima della guerra affollato centro commerciale. Le roccaforti ribelli nella seconda città della Siria sono, da metà dicembre scorso, nel mirino di massicci bombardamenti aerei messi in atto dal regime siriano, che nei giorni scorsi si era guadagnato le critiche delle organizzazioni dei diritti umani internazionale per il lancio di barili bomba su insediamenti civili.
Due giorni  fa un’autobomba jihadista aveva fatto circa cento morti a Homs. L’attacco, attribuito ai miliziani di al Nusra, è avvenuto nel pieno di un’offensiva  del regime per recuperare il pieno controllo della provincia.
Secondo il quotidiano inglese ‘’ Daily Telegraph’’, non si sarebbe fermato l’uso di armi chimiche da parte del regime di Bashar al Assad , che nelle ultime settimane avrebbe lanciato nuovi letali attacchi contro la popolazione civile, colpendo anche bambini.
Dopo il gas sarin, sarebbero stati usati anche il cloro e l’ammoniaca.’’

Le riflessioni e i commenti li lascio a chi legge, per quanto mi riguarda vorrei solo rivolgere qualche domanda agli illustri signori (alcuni di loro, infatti, appartengono a prestigiose Università, italiane e non) del dialogo soprariportato: chi di voi sarebbe disposto a scambiare la proprio vita con quella dei profughi? Chi di voi sarebbe disposto a vivere nei luoghi da cui gli immigrati fuggono?
Chi di voi vivrebbe spensierato sapendo che il proprio figlio potrebbe non tornare da scuola per un raid aereo o per un’incursione improvvisa di ribelli o di militari? Chi di voi, sapendo di non avere speranze di vita nel proprio paese, non desidererebbe o non cercherebbe di trovare un luogo più sicuro, pur con tutta la nostalgìa per la propria patria?
Chi di voi sarebbe così coraggioso da vivere sotto le bombe?
Chi, pur di dare una speranza di vita al proprio figlio, non farebbe ciò che aveva fatto la madre di Mosè o le madri dei bambini siriani che hanno raggiunto le nostre coste in questi giorni?
Non è passato molto tempo da quando, in Puglia, davanti ad un Liceo è scoppiato un ordigno che ha ucciso una studentessa quindicenne. È nel ricordo di tutti quel dramma e l’angoscia dei genitori degli altri studenti nel non potersi più fidare neanche di un luogo pubblico come la scuola. Ricordiamo tutti le loro preoccupazioni: erano genitori preoccupati per l’incolumità dei propri figli, in un Paese civile e democratico.  
Perché, dunque, ai genitori di un Paese dove infuria la guerra civile, dove il Governo non solo non tutela la popolazione civile, ma inveisce addirittura contro di essa… perché a questi genitori, che vivono nel terrore per sé e per la propria famiglia, non è consentito il preoccuparsi e il cercare soluzioni per la sopravvivenza dei propri figli? Sono forse genitori inferiori agli altri genitori?
Amano forse meno i loro figli? La vita dei loro figli vale forse meno di quella dei nostri figli?
Si è genitori dovunque e si è figli dovunque: la morte degli uni o degli altri ha lo stesso carico di sofferenza a qualsiasi latitudine ci si trovi.
Il coraggio e la sofferenza di una madre e di un padre che affidano alle organizzazioni criminose la vita del proprio figlio, affinchè possano traghettarlo in terre lontane e sconosciute, nella speranza che abbiano una vita migliore della loro o perlomeno che non siano in pericolo di vita quotidiano… il loro coraggio è prova del loro grande amore oltre che del grande pericolo che corrono restando nel loro Paese.

Fermo restando il rispetto  per la libertà di pensiero e di parola, diritti sacrosanti, vorrei dire a tutti coloro che la pensano come gli interlocutori sopra citati, di assicurarsi, prima di esternare opinioni e convinzioni su questi argomenti così delicati, che ci sia in loro un ultimo frammento di cuore ancora in vita, perché, in chi rifiuta il soccorso a coloro che fuggono dalla morte, probabilmente  qualcosa dentro è morto da tempo.
Se un Governo, non solo non si prende cura della propria popolazione, ma la perseguita addirittura, tutto il resto del Mondo ha il dovere, umanitario e sacrosanto, di prendersene cura, di proteggere chi è in difficoltà o in pericolo di vita; è un suo esclusivo e prioritario dovere, perché ogni essere umano appartiene al mondo intero, senza distinzioni di sorta.
Un mondo che esclude i più deboli e che non si pone il problema di chi vive in mezzo alla guerra, è un mondo che ha problemi di ‘’umanità’’, cioè deve forse recuperare la sua originale identità di ‘’Umanità’’ intendendo per essa persone che non affondano barconi pieni di bambini e di donne incinte che fuggono dalla guerra!!!

Il grido ‘’salvate i nostri bambini’’, da parte delle popolazioni perseguitate, possa giungere  negli spigoli più acuti dei cuori di tutti gli uomini, che li aiuti a riscoprire la loro identità di uomini, a riconoscersi uomini nel volto terrorizzato dell’altro uomo, nelle lacrime spaventate di una madre, nel desiderio di vita di un bambino, nel sogno di una vita migliore per ogni essere umano.