giovedì 30 gennaio 2014





La vita

è difficile,


 ma tu rialzati!

 La vita è amara,


ma tu rialzati!

 La vita è un pugno chiuso,


 ma tu rialzati!

 La vita è dolcezza, amore, gioia,


 goditela e non pensare
!
AQIB



DAL PUGNO… ALLA CAREZZA

È vero, Aqib, che la vita spesso è un pugno chiuso:

la vita è fatta, purtroppo,di pugni nello stomaco

di pugni non meritati

di pugni ingiustificati

di pugni ricevuti e non dati

di tanti pugni… tanti quanti non possono essere contati;

un pugno è facile da dare,

il difficile è riceverlo senza restituirlo;

il  difficile è ricambiare con un carezza

il pugno ricevuto!

Ma nessun pugno chiuso resta chiuso per sempre!

Anche un bocciolo chiuso,

al tempo giusto,  s’aprirà

in un  magnifico fiore profumato,

capace di dare nettare alle api

che gli ronzano intorno.

La vita è un pugno chiuso per tutti:

il segreto è trovare la chiave giusta per aprirlo:

nessun pugno potrà resistere

davanti alla dolcezza di una carezza

e sai perché?

Perché ogni pugno non è altro che una carezza nascosta!

La carezza si fa a mano aperta.

Il pugno si fa a mano chiusa.

Nella stessa mano è contenuto, dunque, sia il pugno che la carezza.

È vero che la vita spesso è severa

 e ci offre più pugni che carezze.
Ma è anche vero che con il calore giusto          
da quel pugno s’aprirà una carezza!


Il pugno lo senti perché fa più male

e il dolore scende giù… giù… giù

e rischia di portarti giù con sé;


la carezza la senti perché ti fa volare

e la gioia sale su… su… su

e ti porta su con sé

in un luogo dove  tutti i pugni presi

non esistono più

perché i pugni ricevuti e non resi

si trasformano in qualcosa di più:

in due ali più forti per volare

in una vita più bella da assaporare!



RIALZARSI
Dice il nostro papa Francesco
che il difficile non è lo stare attenti a non cadere,
ma il sapersi rialzare dopo essere caduti.


Chi non si rialza, però, ha già perso;

chi prova a rimettersi in gioco, ha deciso di

 non negare a se stesso nessuna possibilità di vincere.

Nessuno è così bravo da non cadere mai,

ma pochi sono così bravi da sapersi rialzare.
La nostra vita è piena di cadute, di sconfitte, di amarezze, di pugni…
nessuno regala premi o carezze a buon mercato.

Tocca a noi trovare il coraggio per tornare a volare, per tornare a correre;

tocca a noi, nonostante tutto, non perdere mai la speranza di poter vincere

e se ci speriamo… ci crederemo anche;
e se ci crediamo… beh… questo è sicuro: una carezza prima o poi la vinciamo!



E' questo il mio augurio per te
 e per tutti gli amici dello Scoiattolo!
P.S.

La casa-famiglia è una ‘’carezza aperta’’ fra i tanti pugni chiusi nel resto del mondo!

martedì 28 gennaio 2014


Il Papa: ''Anche Gesù fu un profugo
accogliere i migranti è un dovere''

«Purtroppo, ai nostri giorni, - ha detto il Papa, citando le famiglie di profughi nel mondo - milioni di famiglie possono riconoscersi in questa triste realtà. Quasi ogni giorno la televisione e i giornali danno notizie di profughi che fuggono dalla fame, dalla guerra, da altri pericoli gravi, alla ricerca di sicurezza e di una vita dignitosa per sè e per le proprie famiglie. E anche quando trovano lavoro, non sempre trovano accoglienza vera, rispetto, apprezzamento per i loro valori. Le loro legittime aspettative si scontrano con situazioni complesse e difficoltà che sembrano a volte insuperabili. Perciò, mentre fissiamo lo sguardo sulla santa Famiglia di Nazareth nel momento in cui è costretta a farsi profuga, pensiamo al dramma di quei migranti e rifugiati che sono vittime del rifiuto
e dello sfruttamento».

venerdì 24 gennaio 2014


''I migranti?

Un’occasione per costruire una società più giusta''



Il messaggio di Francesco per la Giornata Mondiale del Rifugiato che si è celebrata il 19 gennaio 2014.

Vegliò: “Il fenomeno riguarda 1 miliardo di persone”  

“Migranti e rifugiati: verso un mondo migliore”: è il tema scelto da papa Francesco per la prossima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebrerà domenica 19 gennaio 2014. Nel messaggio il Pontefice sostiene che “se da una parte le migrazioni denunciano spesso carenze e lacune degli Stati e della comunità internazionale, dall’altra rivelano anche l’aspirazione dell’umanità a vivere l’unità nel rispetto delle differenze, l’accoglienza e l’ospitalità che permettano l’equa condivisione dei beni della terra, la tutela e la promozione della dignità e della centralità di ogni essere umano”.

MigrantiUn messaggio aperto alla speranza in un mondo migliore, appunto, che è poi quella che anima i migranti e i rifugiati in cerca di un luogo dove poter vivere in pace e libertà. Questa vicenda dell’emigrazione, un “segno dei tempi” come l’ha definito Benedetto XVI, mette i cristiani di fronte alla infinita sfida tra “la bellezza della creazione, segnata dalla Grazia e dalla Redenzione, e il mistero del peccato”, perché “alla solidarietà e all’accoglienza, ai gesti fraterni e di comprensione, si contrappongono il rifiuto, la discriminazione, i traffici dello sfruttamento, del dolore e della morte. A destare preoccupazione sono soprattutto le situazioni in cui la migrazione non è solo forzata, ma addirittura realizzata attraverso varie modalità di tratta delle persone e di riduzione in schiavitù. Il lavoro schiavo oggi è moneta corrente!”.

Come è possibile fare un mondo migliore, dove migranti e rifugiati siano accolti e non respinti? Bisogna raggiungere gli obiettivi che già papa Paolo VI poneva nella sua enciclica "Populorum progressio" del 1967, risponde Francesco: “Essere affrancati dalla miseria, garantire in maniera più sicura la propria sussistenza, la salute, un’occupazione stabile; una partecipazione più piena alle responsabilità, al di fuori da ogni oppressione, al riparo da situazioni che offendono la dignità umana; godere di una maggiore istruzione; in una parola, fare conoscere e avere di più, per essere di più”.

Non si può ridurre tutto alla crescita economica, senza pensare ai poveri: il mondo può migliorare solo se si guarda alla persona umana e la si promuove integralmente; se si è capaci, dice papa Francesco, “di passare da una cultura dello scarto a una cultura dell’incontro e dell’accoglienza”. E’ la seconda volta in pochi giorni che egli denuncia quella che chiama la “cultura dello scarto”: lo ha già fatto parlando ai ginecologi cattolici a proposito dell’aborto.

Ma il Papa non nasconde "lo scandalo della povertà nelle sue varie dimensioni. Violenza, sfruttamento, discriminazione, emarginazione, approcci restrittivi alle libertà fondamentali, sia di individui che di collettività, sono alcuni dei principali elementi della povertà da superare. Molte volte proprio questi aspetti caratterizzano gli spostamenti migratori, legando migrazioni e povertà”.

Il fenomeno migratorio va affrontato attraverso la cooperazione internazionale “e uno spirito di profonda solidarietà e compassione”. Già papa Benedetto XVI– ricorda il suo successore – aveva scritto nella "Caritas in veritate" che “tale politica va sviluppata a partire da una stretta collaborazione tra i Paesi da cui partono i migranti e i Paesi in cui arrivano; va accompagnata da adeguate normative internazionali in grado di armonizzare i diversi assetti legislativi, nella prospettiva di salvaguardare le esigenze e i diritti delle persone e delle famiglie emigrate e, al tempo stesso, quelli delle società di approdo degli stessi emigrati”. Il Papa invoca un grande sforzo di collaborazione armoniosa tra Paesi, “con disponibilità e fiducia, senza sollevare barriere insormontabili”. Perché nessuno Stato può affrontare seriamente da solo una sfida di questo genere.
Bisognerebbe cominciare anche a “creare migliori condizioni economiche e sociali in patria, di modo che l’emigrazione non sia l’unica opzione per chi cerca pace, giustizia e sicurezza e pieno rispetto della dignità umana. Creare opportunità di lavoro nelle economie locali eviterà inoltre la separazione delle famiglie e garantirà condizioni di stabilità e di serenità ai singoli e alle collettività”.

Ma certo occorre che tutti si guardi al fenomeno con occhi nuovi, senza “pregiudizi e precomprensioni”, che suscitano nei Paesi di accoglienza sospetti, ostilità, paure. Anche i mezzi di comunicazione sociale, secondo il Papa, possono aiutare, cominciando a “smascherare stereotipi e offrire corrette informazioni”, denunciando gli errori di alcuni, ma anche sottolineando l’onestà di tanti migranti. Si passi dalla cultura dello scarto a quella dell’incontro. La Chiesa farà la sua parte, abbracciando tutti i popoli “poiché nel volto di ogni persona è impresso il volto di Cristo! Qui si trova la radice più profonda della dignità dell’essere umano, da rispettare e tutelare sempre”.

I cristiani devono dunque essere i primi a “vedere nel migrante non solo un problema da affrontare, ma un fratello e una sorella da accogliere, rispettare e amare, un’occasione che la Provvidenza ci offre per contribuire alla costruzione di una società più giusta, una democrazia più compiuta, un Paese più solidale, un mondo più fraterno e una comunità cristiana più aperta, secondo il Vangelo. Le migrazioni possono far nascere possibilità di nuova evangelizzazione, aprire spazi alla crescita di una nuova umanità, preannunciata nel mistero pasquale: una umanità per cui ogni terra straniera è patria e ogni patria è terra straniera”. Il Papa ci crede e chiede ai migranti di crederci, con l’augurio che “sui vostri sentieri possiate incontrare una mano tesa”.

Presentando il Messaggio del Papa alla stampa, il cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, ha dichiarato: "Alla voce del Santo Padre aggiungo espressioni di sincera gratitudine, stima e apprezzamento per tutti coloro che dedicano vita, energie, tempo e risorse alla cura, sia pastorale che sociale, delle migrazioni. Così la Chiesa si rende presente accanto ai migranti nelle loro difficoltà e sofferenze, ma soprattutto incarnando la mano di Dio, tesa in un gesto di genuina bontà e misericordia".


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA GIORNATA MONDIALE
DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO 2014

“Migranti e rifugiati: verso un mondo migliore”
 
La copertina del volumeCari fratelli e sorelle

Le nostre società stanno sperimentando, come mai è avvenuto prima nella storia, processi di mutua interdipendenza e interazione a livello globale, che, se comprendono anche elementi problematici o negativi, hanno l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita della famiglia umana, non solo negli aspetti economici, ma anche in quelli politici e culturali. Ogni persona, del resto, appartiene all’umanità e condivide la speranza di un futuro migliore con l’intera famiglia dei popoli. Da questa constatazione nasce il tema che ho scelto per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato di quest’anno: “Migranti e rifugiati: verso un mondo migliore”.

Tra i risultati dei mutamenti moderni, il crescente fenomeno della mobilità umana emerge come un “segno dei tempi”; così l’ha definito il Papa Benedetto XVI (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2006). Se da una parte, infatti, le migrazioni denunciano spesso carenze e lacune degli Stati e della Comunità internazionale, dall’altra rivelano anche l’aspirazione dell’umanità a vivere l’unità nel rispetto delle differenze, l’accoglienza e l’ospitalità che permettano l’equa condivisione dei beni della terra, la tutela e la promozione della dignità e della centralità di ogni essere umano.

Dal punto di vista cristiano, anche nei fenomeni migratori, come in altre realtà umane, si verifica la tensione tra la bellezza della creazione, segnata dalla Grazia e dalla Redenzione, e il mistero del peccato. Alla solidarietà e all’accoglienza, ai gesti fraterni e di comprensione, si contrappongono il rifiuto, la discriminazione, i traffici dello sfruttamento, del dolore e della morte. A destare preoccupazione sono soprattutto le situazioni in cui la migrazione non è solo forzata, ma addirittura realizzata attraverso varie modalità di tratta delle persone e di riduzione in schiavitù. Il “lavoro schiavo” oggi è moneta corrente! Tuttavia, nonostante i problemi, i rischi e le difficoltà da affrontare, ciò che anima tanti migranti e rifugiati è il binomio fiducia e speranza; essi portano nel cuore il desiderio di un futuro migliore non solo per se stessi, ma anche per le proprie famiglie e per le persone care.

Che cosa comporta la creazione di un “mondo migliore”? Questa espressione non allude ingenuamente a concezioni astratte o a realtà irraggiungibili, ma orienta piuttosto alla ricerca di uno sviluppo autentico e integrale, a operare perché vi siano condizioni di vita dignitose per tutti, perché trovino giuste risposte le esigenze delle persone e delle famiglie, perché sia rispettata, custodita e coltivata la creazione che Dio ci ha donato. Il Venerabile Paolo VI descriveva con queste parole le aspirazioni degli uomini di oggi: «essere affrancati dalla miseria, garantire in maniera più sicura la propria sussistenza, la salute, un’occupazione stabile; una partecipazione più piena alle responsabilità, al di fuori da ogni oppressione, al riparo da situazioni che offendono la dignità umana; godere di una maggiore istruzione; in una parola, fare conoscere e avere di più, per essere di più» (Lett. enc. Populorum progressio, 26 marzo 1967, 6).

Il nostro cuore desidera un “di più” che non è semplicemente un conoscere di più o un avere di più, ma è soprattutto un essere di più. Non si può ridurre lo sviluppo alla mera crescita economica, conseguita, spesso, senza guardare alle persone più deboli e indifese. Il mondo può migliorare soltanto se l’attenzione primaria è rivolta alla persona, se la promozione della persona è integrale, in tutte le sue dimensioni, inclusa quella spirituale; se non viene trascurato nessuno, compresi i poveri, i malati, i carcerati, i bisognosi, i forestieri (cfr Mt 25,31-46); se si è capaci di passare da una cultura dello scarto ad una cultura dell’incontro e dell’accoglienza.

Migranti e rifugiati non sono pedine sullo scacchiere dell’umanità. Si tratta di bambini, donne e uomini che abbandonano o sono costretti ad abbandonare le loro case per varie ragioni, che condividono lo stesso desiderio legittimo di conoscere, di avere, ma soprattutto di essere di più. È impressionante il numero di persone che migra da un continente all’altro, così come di coloro che si spostano all’interno dei propri Paesi e delle proprie aree geografiche. I flussi migratori contemporanei costituiscono il più vasto movimento di persone, se non di popoli, di tutti i tempi. In cammino con migranti e rifugiati, la Chiesa si impegna a comprendere le cause che sono alle origini delle migrazioni, ma anche a lavorare per superare gli effetti negativi e a valorizzare le ricadute positive sulle comunità di origine, di transito e di destinazione dei movimenti migratori.

Purtroppo, mentre incoraggiamo lo sviluppo verso un mondo migliore, non possiamo tacere lo scandalo della povertà nelle sue varie dimensioni. Violenza, sfruttamento, discriminazione, emarginazione, approcci restrittivi alle libertà fondamentali, sia di individui che di collettività, sono alcuni dei principali elementi della povertà da superare. Molte volte proprio questi aspetti caratterizzano gli spostamenti migratori, legando migrazioni e povertà. In fuga da situazioni di miseria o di persecuzione verso migliori prospettive o per avere salva la vita, milioni di persone intraprendono il viaggio migratorio e, mentre sperano di trovare compimento alle attese, incontrano spesso diffidenza, chiusura ed esclusione e sono colpiti da altre sventure, spesso anche più gravi e che feriscono la loro dignità umana.

La realtà delle migrazioni, con le dimensioni che assume nella nostra epoca della globalizzazione, chiede di essere affrontata e gestita in modo nuovo, equo ed efficace, che esige anzitutto una cooperazione internazionale e uno spirito di profonda solidarietà e compassione. E’ importante la collaborazione ai vari livelli, con l’adozione corale degli strumenti normativi che tutelino e promuovano la persona umana. Papa Benedetto XVI ne ha tracciato le coordinate affermando che «tale politica va sviluppata a partire da una stretta collaborazione tra i Paesi da cui partono i migranti e i Paesi in cui arrivano; va accompagnata da adeguate normative internazionali in grado di armonizzare i diversi assetti legislativi, nella prospettiva di salvaguardare le esigenze e i diritti delle persone e delle famiglie emigrate e, al tempo stesso, quelli delle società di approdo degli stessi emigrati» (Lett. enc. Caritas in veritate, 29 giugno 2009, 62). Lavorare insieme per un mondo migliore richiede il reciproco aiuto tra Paesi, con disponibilità e fiducia, senza sollevare barriere insormontabili. Una buona sinergia può essere di incoraggiamento ai governanti per affrontare gli squilibri socio-economici e una globalizzazione senza regole, che sono tra le cause di migrazioni in cui le persone sono più vittime che protagonisti. Nessun Paese può affrontare da solo le difficoltà connesse a questo fenomeno, che è così ampio da interessare ormai tutti i Continenti nel duplice movimento di immigrazione e di emigrazione.

E’ importante poi sottolineare come questa collaborazione inizi già con lo sforzo che ogni Paese dovrebbe fare per creare migliori condizioni economiche e sociali in patria, di modo che l’emigrazione non sia l’unica opzione per chi cerca pace, giustizia, sicurezza e pieno rispetto della dignità umana. Creare opportunità di lavoro nelle economie locali, eviterà inoltre la separazione delle famiglie e garantirà condizioni di stabilità e di serenità ai singoli e alle collettività.

Infine, guardando alla realtà dei migranti e rifugiati, vi è un terzo elemento che vorrei evidenziare nel cammino di costruzione di un mondo migliore, ed è quello del superamento di pregiudizi e precomprensioni nel considerare le migrazioni. Non di rado, infatti, l’arrivo di migranti, profughi, richiedenti asilo e rifugiati suscita nelle popolazioni locali sospetti e ostilità. Nasce la paura che si producano sconvolgimenti nella sicurezza sociale, che si corra il rischio di perdere identità e cultura, che si alimenti la concorrenza sul mercato del lavoro o, addirittura, che si introducano nuovi fattori di criminalità. I mezzi di comunicazione sociale, in questo campo, hanno un ruolo di grande responsabilità: tocca a loro, infatti, smascherare stereotipi e offrire corrette informazioni, dove capiterà di denunciare l’errore di alcuni, ma anche di descrivere l’onestà, la rettitudine e la grandezza d’animo dei più. In questo, è necessario un cambio di atteggiamento verso i migranti e rifugiati da parte di tutti; il passaggio da un atteggiamento di difesa e di paura, di disinteresse o di emarginazione – che, alla fine, corrisponde proprio alla “cultura dello scarto” – ad un atteggiamento che abbia alla base la “cultura dell’incontro”, l’unica capace di costruire un mondo più giusto e fraterno, un mondo migliore. Anche i mezzi di comunicazione sono chiamati ad entrare in questa “conversione di atteggiamenti” e a favorire questo cambio di comportamento verso i migranti e i rifugiati.

Penso a come anche la Santa Famiglia di Nazaret abbia vissuto l’esperienza del rifiuto all’inizio del suo cammino: Maria «diede alla luce il suo primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,7). Anzi, Gesù, Maria e Giuseppe hanno sperimentato che cosa significhi lasciare la propria terra ed essere migranti: minacciati dalla sete di potere di Erode, furono costretti a fuggire e a rifugiarsi in Egitto (cfr Mt 2,13-14). Ma il cuore materno di Maria e il cuore premuroso di Giuseppe, Custode della Santa Famiglia, hanno conservato sempre la fiducia che Dio mai abbandona. Per la loro intercessione, sia sempre salda nel cuore del migrante e del rifugiato questa stessa certezza. 

La Chiesa, rispondendo al mandato di Cristo “Andate e fate discepoli tutti i popoli”, è chiamata ad essere il Popolo di Dio che abbraccia tutti i popoli, e porta a tutti i popoli l’annuncio del Vangelo, poiché nel volto di ogni persona è impresso il volto di Cristo! Qui si trova la radice più profonda della dignità dell’essere umano, da rispettare e tutelare sempre. Non sono tanto i criteri di efficienza, di produttività, di ceto sociale, di appartenenza etnica o religiosa quelli che fondano la dignità della persona, ma l’essere creati a immagine e somiglianza di Dio (cfr Gen 1,26-27) e, ancora di più, l’essere figli di Dio; ogni essere umano è figlio di Dio! In lui è impressa l’immagine di Cristo! Si tratta, allora, di vedere noi per primi e di aiutare gli altri a vedere nel migrante e nel rifugiato non solo un problema da affrontare, ma un fratello e una sorella da accogliere, rispettare e amare, un’occasione che la Provvidenza ci offre per contribuire alla costruzione di una società più giusta, una democrazia più compiuta, un Paese più solidale, un mondo più fraterno e una comunità cristiana più aperta, secondo il Vangelo. Le migrazioni possono far nascere possibilità di nuova evangelizzazione, aprire spazi alla crescita di una nuova umanità, preannunciata nel mistero pasquale: una umanità per cui ogni terra straniera è patria e ogni patria è terra straniera.

Cari migranti e rifugiati! Non perdete la speranza che anche a voi sia riservato un futuro più sicuro, che sui vostri sentieri possiate incontrare una mano tesa, che vi sia dato di sperimentare la solidarietà fraterna e il calore dell’amicizia! A tutti voi e a coloro che dedicano la loro vita e le loro energie al vostro fianco assicuro la mia preghiera e imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

FRANCESCO

domenica 19 gennaio 2014

Papa Francesco, Jorge Mario Bergoglio
Il messaggio ai migranti del mondo. «Voi siete vicini al cuore della Chiesa», ha detto il Papa ai migranti e rifugiati nella loro Giornata mondiale. «Vi auguro di vivere nei Paesi che vi accolgono, custodendo i valori delle vostre culture di origine». Francesco ha pregato con i fedeli «per i migranti e i rifugiati che vivono situazioni più gravi e più difficili». «Oggi si celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, sul tema 'Migranti e rifugiati: verso un mondo migliore, che ho sviluppato nel Messaggio pubblicato già da tempo», ha detto il Pontefice dopo la recita dell'Angelus in Piazza San Pietro. «Rivolgo un saluto speciale alle rappresentanze di diverse comunità etniche qui convenute, in particolare alle comunità cattoliche di Roma», ha proseguito. «Cari amici, voi siete vicini al cuore della Chiesa, perché la Chiesa è un popolo in cammino verso il Regno di Dio, che Gesù Cristo ha portato in mezzo a noi. Non perdete la speranza di un mondo migliore!», ha quindi aggiunto.
 
«No ai mercanti di carne umana». «Vi auguro di vivere in pace nei Paesi che vi accolgono, custodendo i valori delle vostre culture di origine», ha detto ancora Bergoglio. «Vorrei ringraziare - ha aggiunto 'a bracciò - coloro che lavorano con i migranti per accoglierli e accompagnarli nei loro momenti difficili per difenderli da quelli che il Beato Scalabrini ha chiamato i mercanti di carne umana, che vogliono schiavizzare i migranti, quindi i Missionari di San Carlo, i padri Scalabriniani che tanto bene fanno alla Chiesa e si fanno migranti con i migranti». «In questo momento - è stata l'ulteriore considerazione del Pontefice - pensiamo a tanti migranti, tanti, a tanti rifugiati, alle loro sofferenze, alla loro vita tante volte senza lavoro, senza documenti, tanto dolore». Francesco ha quindi invitato i fedeli ha recitare coralmente un'Ave Maria: «In questo momento possiamo tutti insieme rivolgere una preghiera per i migranti e i rifugiati che vivono situazioni più gravi e più difficili».  

giovedì 16 gennaio 2014

 
GLORY ROAD
ovvero
VINCERE CAMBIA TUTTO
 
Ieri su Rai Tre ho visto un film che dovrebbe essere mandato in onda a ripetizione, almeno una volta al giorno, per un tempo indeterminato, proprio come una cura farmacologica contro un male per il quale ancora non sono stati trovati antidoti validi e duraturi: il razzismo.

Il razzismo è una malattia vera e propria; la definiscono una fobìa e le fobìe sono malattie non facile da debellare, perché sono radicate non nel corpo ma nell’anima, nelle coscienze, nelle ideologie, nelle paure che ci si porta dentro come eredità collettiva; è una fobìa radicata nella coscienza collettiva di tutti i popoli, ce la si porta dietro come bagaglio ereditario, è entrata a far parte del DNA di ogni popolo e pertanto neanche la ricerca genetica  ha molte speranze di poter trovare una risposta farmacologica che ci aiuti a superare questa nostra ‘’fragilità’’.

La chiamo fragilità perché il razzismo è una debolezza umana, una difficoltà della coscienza, un limite del pensiero, una povertà dello spirito, una sconfitta del Cuore.

La paura dell’altro è sempre una sconfitta per l’uomo, perché non riesce a vedere oltre ciò che i suoi occhi gli rimandano, oltre ciò che l’immediatezza dei suoi sensi gli dice.

E che cosa dicono i sensi?

Le risposte sensoriali sono molto rapide, più rapide dell’azione del pensiero stesso, esse mandano al cervello alcuni dati fondamentali e su di essi il pensiero costruisce le sue risposte ideologiche: quando stiamo davanti ad una persona, la prima cosa che ci colpisce è il suo volto: il suo colore, i suoi occhi, i lineamenti del suo viso, la lingua con la quale si esprime… tutto ciò che è tangibile… questi dati inviati al pensiero fanno sì che venga elaborata una risposta che sarà positiva o negativa a secondo se ciò che abbiamo davanti a noi ci piace o meno.

Quando ci si trova davanti a qualcuno diverso da sé, ecco che la risposta che viene elaborata, attingendo ad un inconscio collettivo, che affonda le radici in millenni di Storia caratterizzata da lotte di ogni genere, la risposta, dicevo, viene caricata di paure, timori, pregiudizi, preconcetti, emozioni e sentimenti che rivestono l’immagine della persona che ho di fronte di un ‘’abito’’ che non c’entra niente con la realtà, ma che è semplicemente frutto di un’associazione mentale che non mi dà la dimensione reale, ma me la tinge con sfumature che sfuggono al mio controllo razionale, mi fanno salire dall’inconscio fobìe non mie, che diventano mie per un’appartenenza ad un popolo che ha vissuto le sue esperienze storiche in un certo modo.

Cosa voglio dire con tutto questo?

Voglio solo dire che non sempre siamo liberi di pensare davvero con la nostra testa e con il nostro cuore; i condizionamenti socio-storici influenzano la nostra coscienza più di quanto noi immaginiamo, così il risultato è questo: ieri ho sentito alla televisione due notizie, l’una l’opposta dell’altra, la differenza l’ha fatta la posizione mentale delle persone coinvolte!

Vi racconto…

Al telegiornale danno la notizia di un gruppo di extracomunitari sorpresi dalla polizia mentre nascondevano la droga nel cortile di una scuola.

La notizia rientra nella cronaca quotidiana: spacciatori e drogati sono all’opera tutti i giorni, sotto gli occhi di tutti, sotto le case di tutti; gli spacciatori non hanno colore: sono di ogni razza e di ogni popolo, sono bianchi, neri, rossi, gialli… c’è un mondo intero che fa girare il mondo sul mercato della droga.

Il punto dove sta? Il punto è questo: la notizia degli spacciatori sorpresi e arrestati veniva dopo la notizia che si trattava di extracomunitari, cioè la notizia vera era che gli spacciatori erano di varie nazionalità africane, come a dire… ecco che cosa vengono a fare gli extracomunitari da noi!

Era una notizia in cui l’aspetto razzista superava l’aspetto giornalistico, non la semplice notizia di cronaca, ma un atto di accusa mirato!

Nessuno nega l’evidenza, è cosa risaputa che lo spaccio venga dall’estero, ma occorre ragionare su una cosa che non è affatto trascurabile: l’estero è il mondo intero, non è l’Africa soltanto!

Il problema riguarda il mondo intero, compreso quello degli uomini bianchi che, in questo campo,  non sono da meno da quelli di colore!

Allora il sottolineare una nazionalità, un colore, una provenienza equivale ad un atto di razzismo, indipendentemente dall’azione che veniva svolta, perché quell’azione poteva essere svolta da qualsiasi altra persona proveniente da chissà dove.

Ecco, dunque, cosa scatta nella nostra mente: l’atto di accusa, prima ancora che per il gesto compiuto, per il colore di coloro che lo compiono!

Questo è un ribaltare completamente la realtà!

L’atto  punivo  andava fatto per l’azione in sé, non per la loro appartenenza ad un popolo e non ad un altro!

Il giudizio mediatico, il modo come le notizie vengono proposte cambia la prospettiva da cui ogni telespettatore legge i fatti; si creano così le fobìe, perché questo porta a generalizzare i fatti accaduti e ad associare a certe categorìe delle responsabilità che non si hanno: per associazione di idee, ci si convince che tutti gli extracomunitari siano spacciatori e delinquenti!

E questo fa lievitare i disagi, le distanze, le fobìe, le paure, l’idea che è un colore a fare la differenza!

Non è così. Certo che non è così!

È ciò che c’è dentro il cuore dell’uomo che fa la differenza!

E il cuore non ha tanti colori, ma è uguale in ogni uomo.

Che lo spaccio di droga è un atto che va punito è fuori discussione, è ovvio che sia così; ma che venga associato ad una categoria escludendo tutto il resto, questa è superficialità che però genera  in chi ascolta un pensiero deformato.

Il nostro modo di esprimerci fa la differenza!

Possiamo dire la stessa verità in tanti modi diversi, a secondo del taglio che si intende dare: la stessa notizia assume toni razzisti se viene detta in un modo anziché in un altro e ciò non è indifferente, perché contribuisce a formare quell’inconscio collettivo che poi risponderà agli stimoli esterni in un modo anziché in un altro.

A riprova di tutto questo, vi riporto l’altra esperienza ...

Nella stessa giornata di ieri, a mezzogiorno veniva data la notizia degli spacciatori africani catturati, a sera veniva mandato in onda un film dal titolo ‘’Glory road ovvero VINCERE CAMBIA TUTTO’’; due situazioni diverse, ma con un messaggio identico, la differenza l’ha fatta la prospettiva mentale dei protagonisti.

Il film era ispirato ad un fatto reale, accaduto negli Stati Uniti alcuni anni fa, una straordinaria avventura che cambiò la storia del basket americano per sempre: un allenatore di pallacanestro ‘’un bianco’’, si mette alla ricerca di giovani talenti per organizzare una squadra che potesse risollevare le sorti di una Università che stava perdendo colpi in questo settore.

Ne trovò alcuni molto bravi… ma quasi tutti di colore.

Quando invita uno di loro a far parte della squadra, questi si rifiuta perchè pensa che lo stia prendendo in giro: nell’America di alcuni anni fa non era normale che un uomo bianco invitasse un uomo nero a far parte di una squadra universitaria per giocare il campionato nazionale!

L’allenatore risponde con una schiettezza e una semplicità così disarmante che il ragazzo accetta, gli dice, infatti: ‘’Io non vedo un colore, io vedo rapidità e tecnica, vedo la passione per la pallacanestro e questo mi basta’’.

Ecco dove sta la differenza: in cosa noi vediamo!

Se sappiamo andare oltre l’immediatezza e leggere il talento, e leggere la passione, leggere le capacità che ognuno di noi si porta dentro e che non aspettano altro che qualcuno ci aiuti a tirarle fuori.

Così la squadra di ragazzi neri viene allenata duramente da questo allenatore e comincia a vincere davvero, contro squadre di ragazzi bianchi e ciò sconvolge il modo di pensare di tante persone appartenenti al mondo universitario che non accettano la sconfitta da parte di un gruppo di africani senza studi e senza speranza di vita.

Così cominciano a minacciare sia la famiglia dell’allenatore che i giocatori stessi, imbrattando di sangue le loro stanze, picchiandoli a sangue, mandando lettere minatorie.

I giovani giocatori si scoraggiano, non hanno più la spinta emotiva per giocare, vorrebbero abbandonare, hanno capito che la partita vera è un’altra: è la partita della vita quella che rischiano di perdere; si sentono offesi nella loro dignità, privati della loro libertà, maltrattati nella loro umanità.

Nell’ultima partita che avrebbe segnato la vincita del campionato nazionale loro si lasciano andare e non giocano con la passione di sempre. Credono di essere già stati sconfitti su un campo ben più importante che è quello della Vita.

Il non essere accettati è ben più grave di una partita di pallacanestro finita male.

Demotivati, quindi, non fanno un gioco di squadra e sono vicini alla sconfitta da parte della squadra avversaria che invece gioca duro, perché sarebbe una vergogna per loro essere sconfitti da una squadra di africani.

Ma il loro allenatore ha fiducia in loro, scuote il loro cuore, li rianima letteralmente, li rimette in piedi, ridà loro dignità di persone prima ancora che di giocatori e negli ultimi minuti i risultati vengono ribaltati e loro vincono, vincono una doppia partita: quella del basket che cambierà la storia americana e quella della vita che cambierà la storia degli americani, molti di loro diventeranno allenatori a loro volta e segneranno tanti successi con i loro ragazzi ‘’di strada’’, talenti sconosciuti ai quali verrà data un’opportunità di riscatto e di realizzazione di se stessi, nonostante il colore che si portano addosso.

Una vittoria per loro che non ha prezzo.

Ecco allora che ‘’vincere cambia tutto’’, hanno giocato ed hanno vinto e il modo di essere guardati dal mondo è cambiato: sono diventati dei campioni nazionali e questo ha fatto dimenticare il loro colore!

Erano gli stessi ragazzi che erano stati picchiati a causa del loro colore, ma erano ora diventati l’orgoglio nazionale e questo superava anche tutte le fobìe e i razzismi che li avevano perseguitati per l’intero campionato!

Come cambia la visione del mondo!

È impressionante come ci facciamo guidare dai nostri sentimenti o dai nostri risentimenti!

I nostri comportamenti cambiano repentinamente a secondo delle situazioni e ci fanno lodare o condannare la stessa persona in base a ciò che ci piace o non ci piace, che ci sta bene o che non ci sta bene!

Oh, benedetta natura umana!

La nostra suscettibilità supera la ragione, la coscienza, il pensiero… e ci fa diventare razzisti o meno a seconda di ciò che riusciamo a leggere intorno a noi!

Forse dovremmo essere un po’ più riflessivi anziché terribilmente impulsivi!

Leggiamo le cose con giustezza, CON SENSILIBILITA' e NON CON SENSORIALITA', scopriremo che la vita avrà più gusto, perché dove c’è la varietà… lì...  è tutto un altro sapore!

lunedì 13 gennaio 2014



UNA VOCE FUORI DAL CORO
... e la voce fuori dal coro è quella alta e decisa di papa Francesco che sta mettendo il mondo di fronte ai suoi orrori, che sta richiamando con forza l’ Umanità alle responsabilità che le sono proprie, che sta scuotendo, con la semplicità e la sincerità delle sue parole, ogni coscienza intorpidita, narcotizzata dall’egoismo e dalla  prepotenza, addormentata sui cumuli di stragi, di violenze, di abusi che pure il mondo conosce, ma che nessuno ha il coraggio di combattere con i fatti e non solo con le parole.
Gli orrori di cui il papa parla, come l’aborto, i bambini soldato, le guerre tribali, le dittature, la tratta degli esseri umani, gli stupri, le violenze delle organizzazioni criminali… non sono tabù, sono sotto gli occhi di tutti, ma ecco… il problema vero è proprio questo: GUARDIAMO MA NON VEDIAMO!
Guardiamo con gli occhi  quello che c’è davanti a noi e poi distogliamo subito lo sguardo per non vedere, per ignorare quella realtà, per continuare a sonnecchiare presunti giorni tranquilli, presunti perché non si può dormire sogni tranquilli e restare indifferenti davanti agli errori e agli orrori umanitari.
Chi riesce a farlo, forse dovrebbe chiedersi a quale specie  appartiene: se a quella umana o ad altra specie tutta da specificare!
Riporto per intero il discorso odierno del papa al Corpo Diplomatico… un sorso d’acqua fresca nell’arsura del ciarlare globale!
 
  "Israele e Palestina assumano scelte coraggiose per la pace"

Il Papa: orrore per l'aborto e i bambini soldato

Negoziati tra israeliani e palestinesi e la speranza che la conferenza "Ginevra 2" ponga fine al conflitto in Siria. Sono alcuni dei temi toccati dal Pontefice durante il discorso al Corpo Diplomatico, ricevuto oggi per il tradizionale scambio degli auguri di inizio anno

                                                                                                       13 gennaio 2014
Papa Francesco
"Desta orrore il solo pensiero che vi siano bambini che non potranno mai vedere la luce, vittime dell'aborto", o "quelli che vengono utilizzati come soldati, oggetti di mercato nella "tremenda schiavitù moderna che è la tratta degli esseri umani", un delitto dice contro l'umanità.  Così il Papa in un passaggio  del suo discorso al Corpo Diplomatico, ricevuto oggi per il tradizionale scambio degli auguri di inizio anno


Il negoziato tra israeliani e palestinesi
"È positivo che siano ripresi i negoziati di pace tra Israeliani e Palestinesi" dice Papa Francesco. "Servono decisioni coraggiose per trovare una soluzione giusta e duratura ad un conflitto la cui fine si rivela sempre più necessaria e urgente".

La speranza di "Ginevra 2"
Al centro del discorso anche la situazione in Siria e il rispetto dei diritti dei civili inermi. "Non cesso di sperare che il conflitto termini" poi il Pontefice si è rivolto ai diplomatici "Attraverso di voi ringrazio di vero cuore quanti nei vostri Paesi, Autorità pubbliche e persone di buona volontà si sono associati a tale iniziativa. Occorre ora una rinnovata volontà politica comune per porre fine al conflitto. In tale prospettiva, auspico che la Conferenza Ginevra 2, convocata per il 22 gennaio, segni l'inizio del desiderato cammino di pacificazione".

Impegno internazionale nei conflitti in Africa
Il pensiero del Papa è andato alla Repubblica Centroafricana, "dove la popolazione soffre a causa delle tensioni che il Paese attraversa e che hanno seminato a più riprese distruzione e morte". "Mentre assicuro la mia preghiera per le vittime e per i numerosi sfollati, costretti a vivere in condizioni di indigenza, auspico che l'interessamento della Comunità internazionale contribuisca a far cessare le violenze, a ripristinare lo stato di diritto e a garantire l'accesso degli aiuti umanitari anche alle zone più remote del Paese". 

Disinteresse verso Lampedusa
"È  ancora viva nella mia memoria la breve visita che ho compiuto a Lampedusa - ha ricordato Papa Francesco ai diplomatici- purtroppo vi è una generale indifferenza davanti a simili tragedie, che è un segnale drammatico della perdita di quel ''senso della responsabilità fraterna'', su cui si basa ogni ''società civile". E si augura che il popolo italiano ritrovi il suo "encomiabile impegno di solidarietà verso i più deboli".

Investire sui giovani
Il Pontefice parla anche della situazione italiana, della necessità di investire sui giovani "con iniziative adeguate che li aiutino a trovare lavoro e a fondare un focolare domestico" e un monito "Non bisogna spegnere il loro entusiasmo!".

Politiche per la famiglia
"Si rendono necessarie - l'appello del Papa alle istituzioni- politiche appropriate che sostengano, favoriscano e consolidino la famiglia. Aumentano il numero delle famiglie divise e lacerate, non solo per la fragile coscienza del senso di appartenenza che contraddistingue il mondo attuale, ma anche per le condizioni difficili in cui molte di esse sono costrette a vivere, fino al punto di mancare degli stessi mezzi di sussistenza".