mercoledì 29 ottobre 2014


PAGINE DI STORIA

Alunni con cittadinanza non italiana nati nel nostro paese

Roma, 21 ottobre 2014

Sono 21.233 i ragazzi con cittadinanza non italiana ma nati nel nostro paese che completeranno il I ciclo scolastico con l'Esame di terza media a giugno del 2015. Altri 25.940 lo termineranno nel giugno del 2016. Il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca anticipa alcuni dei dati sulla presenza di alunni figli di migranti nelle nostre classi che saranno diffusi con un ampio Report nei prossimi giorni. La scheda si sofferma in particolare sul I e II ciclo, anche alla luce delle recenti dichiarazioni in materia ius soli. Secondo il dato previsionale elaborato dal Miur, nell'anno scolastico appena cominciato sono 442.348 gli alunni con cittadinanza non italiana iscritti al I ciclo e 182.519 gli iscritti al II. Questi numeri verranno consolidati nei prossimi mesi.


I dati del I e II ciclo
Per quanto riguarda l'anno scolastico 2013/2014 (dati consolidati) 453.013 alunni con cittadinanza non italiana hanno frequentato il I ciclo, 182.181 il II ciclo, per un totale di 635.194 ragazzi, pari al 6,2% della popolazione scolastica totale nel I ciclo e al 2,5% nel II ciclo. Il dato è in crescita: nel 2010/2011, quattro anni fa, i figli di migranti iscritti al I ciclo erano 412.212 (5,7% del totale degli alunni), 153.423 gli iscritti al II ciclo (2,1% del totale), per un totale di 565.635 studenti fra la primaria e le superiori.

I nati in Italia
Cresce visibilmente la quota di nati in Italia. Nell'anno scolastico 2013/2014 hanno frequentato il I ciclo di istruzione 246.653 alunni con cittadinanza non italiana nati nella nostra penisola, mentre in 27.790 erano iscritti al II ciclo. I nati in Italia sono ormai il 38,8% del totale dei figli di migranti iscritti al I ciclo di istruzione. La percentuale è del 4,4% nel II ciclo. Quattro anni fa, nel 2010/2011 queste percentuali erano del 30,5% e del 2,4%.

sabato 25 ottobre 2014

DOVE SI FONDA L’ACCOGLIENZA
L’estate appena finita ha portato, come di consueto, un numero ancora crescente di sbarchi di profughi e migranti, desiderosi di trovare in Europa la possibilità, negata in patria, della mera sopravvivenza. All’opposto, la guerra scatenata dall’ Is ha segnalato all’attenzione di tutti la realtà sconvolgente di europei – di seconda generazione, ma anche autoctoni – convertiti al più truce fondamentalismo islamico, che abbandonano i loro Paesi per trasformarsi in boia, nei più determinati ideologi della distruzione, nella manovalanza di uno dei più terrificanti eserciti dell’epoca recente.
Oltre ai mille interrogativi che queste contrapposte emigrazioni fanno sorgere, mi pare che almeno una se ne imponga come inaggirabile. È possibile ancora pensare che l’accoglienza che l’Occidente offre – anche se non sempre di buon grado o senza polemiche – alle ondate di perseguitati del Medio Oriente o di derelitti provenienti dall’Africa sub-sahariana sia solo il frutto di una alta forma di civiltà scaturita da una secolare cultura dei diritti dell’uomo? Certamente in parte, e anche in buona parte, sì.
Tuttavia credo che sia insufficiente attribuire alla sola tradizione laica – dall’ habeas corpus alle varie elaborazioni delle teorie dei diritti dell’uomo e del cittadino – la radicata e decisiva convinzione che permea il mondo europeo, dell’uguaglianza ontologica degli esseri umani tra loro.
Anche se la stragrande maggioranza degli europei non pensa questa uguaglianza nelle sue motivazioni filosofiche, nondimeno essa appare oggi data per scontata nella coscienza comune. Questa coscienza acquisita fa sì che guardiamo con orrore all’olocausto nazista, ultima massiccia teorizzazione della ‘’ragione’’ europea circa la possibilità di una differenziazione ontologica tra umano e subumano. Le immani eliminazioni di massa staliniane non appartengono infatti alla logica di una differenziazione ontologica tra esseri umani in due differenti tipologie, una superiore e una inferiore, quanto, piuttosto, a una degradazione generale di tutti gli individui umani a scalino nell’illusione di approdare alla concreta realizzazione di un genere umano collettivo completamente liberato.
Ma oggi, di fronte al dispiegarsi selvaggio di una violenza brutale che si oppone dichiaratamente al modu vivendi occidentale, occorre chiedersi se e quanto le nostre teorie liberali e tolleranti, individualistiche, ostentatamente aperte al ‘’multiculturalismo’’ e – almeno a parole – accoglienti di qualsiasi differenza, siano risposta sufficiente alla violenta affermazione identitaria che ci fronteggia, innalzando teste decapitate, esibendo genocidi e distruzione e proclamando orgogliosamente il proprio autoreferenziale fondamentalismo.
Quanto, inoltre, siano fedeli alla radicata convinzione cui si faceva cenno, dell’uguaglianza ontologica di tutti gli esseri umani. C’è, in realtà, un solo motivo culturale della tradizione europea la cui forza nitida appare capace, nella sua apparente debolezza, di rinvigorire e riportare a unità le radici antropologiche sfilacciate dalle crescenti distinzioni di diritti umani ormai polverizzati, la testimonianza viva di questa cultura ci viene dalla vita e dalla morte di semplici suore in Burundi e dalla resistenza eroica dei cristiani di Mosul che mettono in gioco la vita pur di non abiurare il proprio credo religioso e non essere costretti, tradendo, a percorrere le stesse strade di morte dei loro persecutori.
Le elaborazioni giuridiche e politiche che l’Europa ha prodotto sui diritti degli uomini a essere considerati uguali per natura e in dignità, liberi nelle proprie convinzioni e nella responsabilità della propria autonoma coscienza, sono il grande vanto di una tradizione culturale che – occorre proclamarlo – è stata, in questo, faro del mondo. Che questi principi, mentre li proclamava, l’Europa li abbia calpestati senza il minimo scrupolo – nel colonialismo, nelle durature discriminazioni uomo/dona – è stata la sua vergogna.
Che oggi finisca di tradirli negando loro qualsiasi ancoraggio in una natura stabile - anche se non certamente storicamente situata  - per consegnarli a un puro, occasionale e storico intreccio di relazioni, è la sua autodistruzione. Le tre suore uccise in Burundi e i cristiani di Mosul ci ripetono una verità semplice, verità di fede dotata di un’immensa proiezione culturale la cui traccia ha segnato il mondo intero e che il delirio postmoderno si accanisce a violentare: il fondamento dell’accoglienza del diverso non sta nella vertiginosa enumerazione delle differenze, come voleva Deleuze, ma in una ontologia dell’uguaglianza fraterna, quella per cui si diventa capaci di dare la vita per il più piccolo, per colui che non ci può restituire niente se non, nella logica dell’amore e proprio perché fratello, qualche volta – ma neppure sempre – il suo sorriso!

(di Gabriella Cotta – da Avvenire del 26 sett. 2014)

LIFE MESSAGES

sabato 18 ottobre 2014

ED ORA E’ … CAOS NEL CAOS !

Eccoci al bivio! Siamo giunti al momento della svolta, del cambio di guardia, di un cambio al comando della ‘’Missione immigrati’’: dal primo novembre si passa dall’operazione Mare Nostrum a Triton, ciò dovrebbe permettere di svoltare pagina e… almeno in teoria… migliorare la situazione non più sostenibile da parte della sola Italia impegnata da tempo nel salvataggio, accoglienza, assistenza e a tutto ciò che è stato necessario mettere in atto per rispondere alle richieste di aiuto di centinaia di migliaia di immigrati.
In un articolo su ‘’www.Ilfattoquotidiano.it’’ del 18 ottobre c.a., possiamo apprendere le ultime decisioni in tema di immigrazione:

MIGRANTI, UE: AL VIA TRITON PER CONTROLLO FRONTIERE. ALFANO: 
‘MARE NOSTRUM CHIUDE’
Il primo novembre parte Triton, operazione europea affidata all’agenzia Frontex ma coordinata dall’Italia. Si occuperà solo del controllo delle frontiere marittime, anche se “la sorveglianza dei confini resta agli Stati membri”. Ma l’avvio della missione per Angelino Alfano esclude la prosecuzione di Mare Nostrum: “Sarà chiusa. Non convivrà con Triton“. Una posizione, quella del ministro dell’Interno, che si scontra con quella di Gil Arias Fernandez, direttore esecutivo di Frontex, che già a settembre aveva messo in chiaro che la nuova operazione non avrebbe sostituito Mare Nostrum, impegnata nella ricerca e nel soccorso dei migranti. Quindi, due missioni con obiettivi diversi.
Ora lo stop del ministro degli Interni sembra essere definitivo. “Sarà individuata una data del Consiglio dei ministri, la cosa certa è che Mare Nostrum si concluderà e che Triton partirà il primo novembre”, ha detto Alfano. Una posizione che era già stata anticipata a fine agosto quando, durante un incontro con il commissario europeo agli Affari interni Cecilia Malmstroem, Alfano aveva annunciato che il suo obiettivo era “avviare Frontex-Plus (ora Triton, ndr) e poi ritirare Mare Nostrum. Una missione che, secondo il titolare del Viminale “è nata come operazioni di emergenza e a tempo”. E nonostante Malmstroem avesse risposto che Frontex-Plus “non potrà sostituire Mare Nostrum” perché avrà risorse “più limitate” e non avrà la capacità dell’operazione italiana che ha già salvato 100mila persone nel Mediterraneo”, la posizione di Alfano è rimasta sempre immutata in queste settimane. Fino alla conferma del 16 ottobre, in cui il ministro dell’Interno ha ribadito che la chiusura di Mare Mostrum coinciderà con l’avvio della nuova operazione di Frontex. A Triton partecipano 26 Stati, come precisa Fernandez chiarendo i dubbi che c’erano stati sul numero delle adesioni, per un budget di 2,9 milioni di euro al mese. Risorse che secondo Fernandez sono “più che sufficienti per coprire i fabbisogni dell’operazione”.
Frontex: “Chiusura Mare Nostrum? Decisione spetta a governo italiano”. ”L’agenzia e l’Unione Europa non possono sostituire gli Stati membri nella responsabilità di controllare le loro frontiere: da noi ci sarà un supporto”, ha detto il direttore esecutivo Fernandez, sottolineando come il ruolo dell’agenzia sia quello di “integrare il compito degli Stati che si trovano ad affrontare crisi promuovendo operazioni congiunte“. Ed è proprio all’interno di questa operazione di coordinamento che si inserisce Triton, che deve però avere vita propria rispetto a Mare Nostrum. ”La decisione se ridurre o terminare quest’ultima operazione spetta al governo italiano”, precisa Fernandez che sottolinea gli obiettivi che differenziano le due operazioni. “Salvare vite umane è sempre una priorità – prosegue – ma il mandato dell’agenzia è quello di controllare le frontiere, non facciamo ricerca e soccorso”.
Fernandez ha anche rilevato che “l’agenzia non ha imbarcazioni in grado di andare vicino alle coste libiche”, come invece accade per i mezzi di Mare Nostrum, “né siamo autorizzati a farlo” e ribadisce il divieto assoluto dei respingimenti in mare (“non sono neanche da prendere in considerazione”) e anticipa che i migranti recuperati nel corso di Triton “saranno portati in Italia, perché è lo Stato che ospita l’operazione”. In questo caso, “non vale il principio della nazionalità dell’unità che compie il salvataggio”. Per Fernandez, però, è chiaro che l’impegno dell’agenzia finisce “nel momento dello sbarco di queste persone sul suolo italiano; tutto il resto compete a scelte politiche da fare in sede europea”.
Amnesty: “No a chiusura di Mare Nostrum”. La sezione italiana di Amnesty International ha scritto al premier Matteo Renzi e al ministro dell’Interno Alfano affinché Mare Nostrum non chiuda perché è convinta che con Triton la situazione non possa migliorare. “Mare Nostrum non può essere in nessun modo ridimensionata – scrive Amnesty – ma deve essere piuttosto potenziata e sostenuta da tutti gli stati membri dell’Ue” perché mentre “Mare Nostrum copre sia le acque europee che quelle internazionali, Triton avrebbe un campo d’azione molto più ristretto”, fermandosi “al controllo delle frontiere”. “È ormai chiaro – conclude la lettera – che Triton risponderà solo parzialmente alle reali e attuali esigenze di ricerca e soccorso in mare al fine di salvare vite umane”.

Mi chiedo, e credo legittimamente, alla luce di tutto questo, che senso abbia l’ affermazione di Fernandez: ‘‘Salvare vite umane è sempre una priorità, ma il mandato dell’agenzia è quello di controllare le frontiere, non facciamo ricerca e soccorso”.
Sarebbe stato preferibile, per un fatto di onestà intellettuale e morale, togliere la prima parte dell’affermazione e lasciare solo la seconda, sarebbe stato più credibile e forse avremmo anche cercato di capire, ma così no, questa è ‘’ipocrisia a buon mercato’’, questo è mettere le mani avanti e tirare dritto per la propria strada, confondendo le idee, camuffando le intenzioni, fingendo un senso umanitario che non esiste e che viene immediatamente annullato dalla seconda parte della frase!
Leggendo questo articolo e in modo particolare questa affermazione, mi viene da pensare all’eterno dilemma  shakespeariano, nel suo famoso Amleto: ’essere o non essere, questo è il problema: se sia più nobile d'animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua fortuna, o prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli.’’
Il dilemma che Amleto si pone è fra l’agire o il sopportare; ma mentre per Shakespeare il sopportare è espressione di una nobiltà d’animo, nel nostro caso il sopportare  rivela la presenza di una distanza dal vero problema, la volontà di volerne restare fuori, di fronte ad un coinvolgimento forzato si risponde con  un colpo di coda, come dire: il problema c’è, lo sappiamo, ma non abbiamo nessuna intenzione di farcene carico. Il sopportare, quindi, non ha niente a che fare con la nobiltà d’animo… tutt’altro… qui l’animo viene quanto mai mortificato dalle ipocrisie né tanto meno si ha nessuna intenzione di combattere contro le tribolazioni… a meno che non siano le proprie; quelle degli altri interessano poco!
Proseguendo con  Shakespeare ‘’Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio della carne, è soluzione da accogliere a mani giunte.
Morire, dormire, sognare forse: ma qui é l'ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale, ci trattiene: é la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti.
Morire. Dormire. Questi due termini che Shakespeare mette insieme vedendo nel dormire il morire stesso o nel morire il dormire stesso, assumono qui un significato che va ben oltre la metafisica shakespeariana: mentre tanti muoiono, qualcuno dorme!
È l’infinita miseria della nostra carne! Il naturale retaggio dei nostri limiti. Il problema diventa a questo punto il sogno: quali sogni (tranquilli) si potrebbero fare quando milioni di persone si dipanano nel groviglio mortale della guerra, della persecuzione, delle epidemie e della lunga lista dei loro tormenti: mancanza di cibo, di acqua, di medicine, di cultura… di diritti?
E di tormenti Shakespeare ne sapeva qualcosa: ‘Chi vorrebbe, se no, sopportar le frustate e gli insulti del tempo, le angherie del tiranno, il disprezzo dell'uomo borioso, le angosce del respinto amore, gli indugi della legge, la tracotanza dei grandi, i calci in faccia che il merito paziente riceve dai mediocri, quando di mano propria potrebbe saldare il suo conto con due dita di pugnale? ‘’.
Tormenti che di secolo in secolo non cambiano mai, cambiano i volti, i nomi, i tempi, i luoghi,  non le ignominie del potente, del dittatore, dell’aggressore di turno e cambiano anche le risposte del mondo e in queste bisogna mettere in conto, a quanto pare, anche la possibilità delle non-risposte, come quelle della nostra cara Europa!
Questa  frase, poi, sembra sia stata scritta, profeticamente, da Shakespeare proprio in risposta a Fernandez: . E così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso: e dell'azione perdono anche il nome...’’!
È proprio così: le imprese di grande importanza finiscono con il perdere anche il nome di ‘’azione’’, restano demagogia, retorica, discorsetti impregnati di manierismo, discorsi artificiosi ed accademici che tendono ad abbellire le brutte notizie, quasi come la ‘’pillola addolcita’’ della più famosa baby sitter: Mary Poppins, che allegramente canticchiando diceva che ‘’ con un po’ di zucchero anche la medicina più amara va giù!’’
Ma qui non si tratta di somministrare medicine amare inzuccherate di buoni sentimenti, qui si tratta di salvare vite umane in condizioni di disperazione, le favolette vanno lasciate da parte e forse va preso in seria considerazione l’altro famoso dilemma che ci suggerisce Totò: siamo uomini o caporali?
Gli uomini sono quelli che si assumono le loro responsabilità e sanno agire in situazione di emergenza o di assestamento con coerenza e coraggio, nel rispetto della vita umana; i caporali sono quelli che agitano la frusta dicendo che è per il bene degli operai!
Mi sembrano due posizioni molto lontane fra loro e sicuramente da non considerarsi come alternative l’una dell’altra!
Ma volendo essere concreti, facciamo anche noi i conti… con i conti!
Leggendo i commenti relativi all’articolo riportato, è possibile farsi un’idea di quello che c’è dietro questo finto buonismo: il problema vero è che … i conti non tornano!
26 stati membri UE parteciperanno all’operazione Triton per controllare le frontiere, con un budget economico pari a un terzo di quello messo in campo dall’Italia per l’operazione Mare Nostrum: dunque la questione è tutta qui!
Fernandez dice chiaramente che i fondi stanziati sono sufficienti per l’operazione che si intende portare avanti, poi sottolinea che non hanno né i  mezzi né i fondi sufficienti per salvare le vite, pur considerando prioritario il salvare le vite!
 Se l’Italia vorrà farsene carico, bene, in caso contrario il problema riguarda soltanto la sua coscienza nazionale!
A questo punto bisogna fare un distinguo, altrimenti si rischia di non capirci niente: l’obiettivo di Triton è il controllo delle frontiere e per fare questo i fondi sono sufficienti.
Salvare le vite non fa parte dell’impegno di questa Agenzia, perché mancano i fondi.
Ma allora quest’operazione in che cosa consisterà? In un giro su navi da crociere per godersi il mare azzurro del Mediterraneo, intascare i fondi  e dire di aver svolto il proprio dovere?
Che cosa si intende per controllo delle frontiere e a che cosa servirà tale controllo se poi gli immigrati che saranno individuati saranno sbarcati sulle coste italiane e lasciati, ancora una volta, alle cure della sola Italia?
Dove sono gli altri 25 Paesi membri? In che cosa consiste il loro intervento e la loro adesione all’operazione? Qual è la loro parte?
Non possono salvare, non possono accogliere, non possono intervenire in nessun modo sul piano umanitario… quale dunque il senso della loro partecipazione?
Forse c’è da chiedersi se l’Europa abbia colto il nocciòlo della questione: non si tratta di un semplice problema politico-militare, ma di un serio problema socio-umanitario; forse che il rigorismo europeo non è in grado di cogliere questa macroscopica differenza?
O forse è più comodo sorvolarla e fingere di non capire?
Emergency, giustamente, inquadra molto chiaramente il problema, ed invita ad essere vigili e responsabilmente partecipi all’emergenza che si è venuta a creare negli ultimi tempi, perché la superficialità o i conti fatti solo con ‘’i conti’’ prima o poi si pagano in costi molto più salati di quelli che si sarebbero potuto porre in essere nei tempi giusti!
Ma l’Europa, a quanto pare, preferisce piangere sul latte versato, piuttosto che porre attenzione prima che il latte si versi.
E se per latte versato s’intende ‘’vite umane in pericolo’’, l’intervento fatto prima o dopo… fa la differenza!
Non  basta affermare che  salvare vite umane abbia la priorità, se poi non si ha intenzione di passare dal pensiero all’azione.
Diceva bene, tornando a Shakespeare ‘’ Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una vita stracca, se non fosse il timore di qualche cosa, dopo la morte, la terra inesplorata donde mai non tornò alcun viaggiatore, a sgomentare la nostra volontà e a persuaderci di sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d'altri che non conosciamo? ‘’.
Sì, chi vorrebbe farsi carico di grossi fardelli e sudare sotto il peso di una vita stanca? Chi?
Ecco la stanca Europa di cui ci parla papa Francesco, un’Europa stanca che non ha neanche più timore di quel ‘’qualche cosa dopo la morte, di quella terra inesplorata donde mai nessun viaggiatore tornò mai’’; la volontà di questa Europa non è sgomenta, ma inattiva, oserei dire sepolta sotto la densa coltre del secolarismo.
Il filosofo tedesco Jürgen Habermas, nel discorso di accettazione del Premio per la pace conferitogli dall’Associazione editori e librai tedeschi il 14 ottobre 2001, ebbe a dichiarare:  la secolarizzazione fuori controllo sembra porre una sfida decisiva al sacrosanto principio della “società aperta”, vividamente descritto da Karl Popper nel 1945’’, il che significa che da oltre 60 anni si parla di società aperte, ma il secolarismo galoppante ha avuto la meglio e le società restano aperte nei bei discorsi, ma chiusi e serrati nel momento dell’azione e la chiusura della mente è certamente la meno drammatica, la tragedia vera è la chiusura del cuore che porta le mani a restare serrate in pugni, piuttosto che ad aprirsi verso l’altro.
Sì… ‘Così ci fa vigliacchi la coscienza; così l'incarnato naturale della determinazione si scolora al cospetto del pallido pensiero.’’ , Shakespeare lo aveva ben capito … ma anche noi lo capiamo altrettanto bene… se non fosse per quella vigliaccheria della coscienza che ce ne toglie la sofferenza!

Forse più che lavarsi  le mani ‘’con le belle parole’’ stando in poltrona, sarebbe ora che qualcuno cominciasse a sporcarsele davvero in campo ‘’con i fatti concreti’’.


Quel ‘’Così ci fa vigliacchi la coscienza’’ di shakespeariana memoria forse è meno noto del suo ‘’essere o non essere’’, ma sicuramente più perfettamente calzante allo stato attuale della Nostra cara Europa e forse, pensandoci bene, non le farebbe neanche tanto male il chiedersi, coscienziosamente, che cosa vorrebbe veramente ESSERE!

lunedì 13 ottobre 2014

Fra commenti e fughe…la responsabilità s’impone!

Parallelamente al susseguirsi della conta dei morti nell’Olocausto mediterraneo, abbiamo assistito, in questi mesi scorsi, anche ad un proliferare di commenti, pensieri, riflessioni, polemiche sull’argomento, molte volte sono stati dei veri e propri atti d’accusa che rimbalzavano da un nome all’altro, nomi di coloro che in qualche modo erano responsabili o coinvolti nell’emergenza del salvataggio o nell’organizzazione logistica della stessa.
Senza voler giudicare nessuno e senza la pretesa di essere nel giusto, mi sembra opportuno offrire una riflessione ‘’sulle riflessioni’’, cioè sui commenti di coloro che hanno espresso il loro parere sull’argomento, affinchè dalla diversità dei commenti possiamo trarne un insegnamento o perlomeno cercare di capire chi siamo, chi sono gli Italiani del Terzo Millennio, i loro valori o le loro difficoltà ad accogliere valori di solidarietà, di empatia, di rispetto e di accoglienza dell’altro, dello straniero, del diverso e verificare anche la nostra capacità di resilienza cioè la capacità (attiva) di fronteggiare le difficoltà per ricostruire la propria vita adeguandola ai nuovi fatti che vengono a scombussolare la ‘’quotidianità’’, la staticità delle certezze acquisite, in pratica la rivoluzione del tempo che passa, la dinamicità dell’esistere, imprevedibile, a volte anche improponibile.
La resilienza non è una semplice resistenza (passiva) alle avversità, come un subìre e un lasciar passare su di sé gli eventi negativi cercando di non lasciarsi coinvolgere da essi, ma è una reazione matura di ‘’accoglienza e superamento della difficoltà’’, un modo che esalta l’intelligenza e la stimola a non lasciarsi schiacciare dai problemi, ma a fare ‘’dei problemi’’ un ‘occasione di crescita e di miglioramento di se stessi.
Friedrich Nietzsche diceva: «Tutto ciò che non mi distrugge mi rende più forte», ecco la resilienza è la capacità di non lasciarsi distruggere dalle difficoltà, ma approfittare di esse per diventare più forti nel rapporto con se stessi, nel superare quelli che sono i limiti della propria persona.

Leggendo dei commenti presenti su un sito riguardante l’emigrazione, mi sono sorti alcuni interrogativi inquietanti che mi hanno fatto riflettere sul chi siamo davvero e sul dove stiamo andando, verso quale società siamo proiettati o quale società stiamo costruendo e che ci apprestiamo a lasciare in eredità ai nostri figli.
Alcuni commenti mi hanno letteralmente sconcertata, altri leggermente rincuorata, ma ciò che emerge nel leggerli tutti è un quadro d’insieme allarmante, che ci dovrebbe davvero far riflettere seriamente e a lungo sulle nostre capacità di ragionamento e sulla validità socio-esistenziale dei nostri ragionamenti, sul tipo di società che stiamo costruendo.

Riporto qui di seguito alcuni di questi commenti, tireremo alla fine le conclusioni:

1 - Accadrà che ci domanderemo, alcuni lo stanno già facendo, se valga la pena raccogliere i corpi dei migranti in mare. Oramai sono morti, ha senso sprecare energie e soldi per dare loro una sepoltura già felicemente avvenuta? La crisi economica riduce ogni spazio per la comprensione e la solidarietà, e la faticosa conta delle zattere della disperazione, la quotidiana misura di un’invasione di corpi che non riusciamo a ospitare, restituisce alla nostra umanità un senso di smarrimento, di afasia.
Ma questi sono motivi decenti per perdere ogni seme di civiltà, sono ragioni sufficienti per farci incamminare verso la barbarie?

2 - Dobbiamo davvero augurarci che il mare, il Mare nostrum, divenga vasca per morti, luogo di un genocidio indiscriminato, al quale guardiamo senza più stupore e senza nemmeno più commiserazione? Facciamo invece il conto delle operazioni militari internazionali che si susseguono, proviamo a indicarne almeno un paio dove l’intervento armato abbia contribuito a risolvere anziché acuire i vari conflitti regionali. Proviamo poi a fare la resa del conto, a mettere in ordine le spese in vite e in finanze e – una a una – addizionarle. Armi e morti e poi armi e altri morti e poi ancora armi…


3 - L’unica risposta efficiente dell’Occidente è divenuta la chiamata alle armi, per via diretta o negoziata. Scomparsa dall’agenda alcuna forma di mobilitazione pacifica internazionale, di quella che trent’anni fa da noi fu chiamata Cooperazione allo sviluppo (defunta per il peso della nostra corruzione che la depredò rendendo anche quella missione uno strumento per fare affari loschi lontani da casa). Abbiamo bombardato Gheddafi, esultato alla primavera araba, sostenuto la rivolta tunisina e poi, quando l’azione della nostra civiltà e l’aiuto, l’attenzione dei nostri governi avrebbero dovuto agevolare una benché minima tenuta democratica, siamo corsi via, infischiandocene di ciò che sarebbe accaduto. La Libia è così divenuto un pontile per affamati, una piattaforma di transito per l’umanità dolente che cerca con la fuga una prova della dignità della vita.

4 - Questo evento logico nella sua disperazione è stato trasformato da noi in una prova insostenibile di resistenza al proprio destino di morte. L’Italia ha messo in campo la Marina militare che ha svolto, nei limiti della sua funzione, un compito egregio, riuscendo a salvare centinaia di migliaia di persone. Anche questa minima ma essenziale azione di protezione civile pare divenuta esorbitante. Il ministro dell’Interno Alfano chiede che la nostra marina sia sostituita da altre. Venga l’Europa a organizzare se non l’accoglienza almeno la conta dei morti. Siamo a un passo dall’azione di osservazione muta dell’olocausto in mare: lasciamo che i morti nutrano le acque e facciano da scudo al nostro terrore, siano ammonimento ai prossimi in arrivo: se salpi muori, ti conviene?

5 - Premettendo il rispetto per i morti, ma qui ormai il significato delle parole è stato abolito. Come si fa a usare la parola "olocausto" in connessione ai barconi affondati nel Mediterraneo? Non mi pare sia stata la nostra marina che di punto in bianco si è messa a sparare (anche se in Australia è legittimo che le navi dell'esercito possono affondare imbarcazioni che provano a entrare illegalmente in acque territoriali). Comunque l’ olocausto era riferito ai nazisti che sterminavano gli ebrei

6 - La domanda che l'autore ci pone in questo articolo è di per sè retorica.
Non recuperiamo i corpi? Siamo privi della minima Pietas umana. Siamo mostri.
Siamo cinici ed indifferenti.

7 - Giro a lui la domanda. Se non impieghiamo le risorse per la nostra povera gente, per i nostri disoccupati, per i disabili, vedove ed orfani di chi per la crisi si è suicidati, cosa siamo?
La risposta io la conosco. Siamo TRADITORI. Non basta il Mare Nostum, dobbiamo anche fare il De Profundis? Ecchè, siamo i colpevoli di tutte le nefandezze del mondo?

8 - Bisogna mettersi in testa che non possiamo ospitare tutti coloro che vengono
da paesi piu' poveri del nostro.
Fra Africa e Medio Oriente ci sono centinaia di migliaia di persone e noi ne abbiamo pure troppi.
Lavoro non ci sta nemmeno per noi e le spese per mantenere quelli arrivati quest'anno
comportano tasse che rovinano l'economia e impediscono di incentivare assunzioni di cui i giovani avrebbero bisogno.
Quasi il 50% dei nostri giovani è disoccupato, cosa succederà quando
non avranno più i genitori ad aiutarli ?
Non si tratta di razzismo, ma di buonsenso, continuando così non ci sarà futuro nè per gli italiani  né per gli immigrati.

9 - Da quando esiste l'Africa, guerre e dittature sono state la norma, ad eccezione degli stati coloniali. Negli ultimi dieci anni scopriamo che tutti gli africani sono dei rifugiati che scappano dalle guerre. Soluzione? Saltare su un barcone rattoppato per finire in braccio a navi appartenenti al paese più ridicolo del mondo. In realtà costoro vogliono venire in Europa perchè pensano sia meglio per loro, si può anche capire, ma se passasse il concetto che chiunque va dove vuole senza alcuna regola, il mondo semplicemente salterebbe per aria. Quel che sta capitando in Italia tra buonismo d'accatto e indifferenza.

10 - Come al solito, noi Italiani dovremmo pensare, oltre ai nostri problemi, a risolvere pure quelli dell'Africa intera e di buona parte dell'Asia.
Se diciamo che non ce la facciamo siamo brutti cattivi e razzisti.
Curiosità: ma i migranti ci pensano ai problemi che abbiamo noi?
a me dispiace che muoiano tutte quelle persone: ma non gli ho certo detto io di venire qui, quindi non vedo perchè dovrei prendermene la responsabilità.
A loro dispiace per il 40% di giovani disoccupati? Dispiace per gli imprenditori suicidi? Dispiace per chi si è suicidato o è stato sfrattato o è finito sulla strada perchè ha perso il lavoro?
Mi si dirà" ma non sono problemi loro, sono problemi dei nostri politici!", bene, perfetto: allo stesso modo posso rispondere pure io.


11 - Adesso sentiamo quotidianamente notizie del tipo: oggi la Marina ha portato in Italia 400/800/1200 migranti (in realtà rifugiati). Se queste missioni dovessero interrompersi, a giudicare dalle condizioni dei natanti su cui arrivano, dovremmo sentire: oggi 150 richiedenti asilo sono morti; il giorno dopo 300 richiedenti asilo tra cui 20 bambini sono annegati...giorno per giorno assisteremo alla conta di questo olocausto. E io sarò lì a ricordare, per ogni morto, i nick di quelli che hanno postato commenti CONTRO il loro diritto di vivere e dei politici che li hanno seguiti

12 - Molto scorretto il tuo terrorismo morale e ricattatorio, allora x coerenza devi schierarti a favore di ogni ultimo che subisce violenza morale e fisica nel mondo e credo che siano nell'ordine di miliardi di persone. Sei dunque in grado di farti carico di tanta sofferenza?

13 - Ne avete combinate troppe, con le vostre motivazioni "umanitarie"
Quindi assumi quel che sei, uno a cui non importa nulla della vita umana, perciò nulla della sua stessa vita.

14 - Il Mediterraneo è diventato una tomba? Ce ne faremo una ragione.
Lei scambia l'indifferenza italica con la consapevolezza di non poter affrontare un problema più grande di noi. Noi tutti dobbiamo pensare a sopravvivere con la crisi che ha distrutto l'economia e già solo questo è uno sforzo immane.
Come possiamo pensare di poter risolvere i problemi di un continente intero, che peraltro in ampie parti è persino più ricco di materie prime del nostro, quando noi stessi stiamo lentamente e inesorabilmente affondando?
Uno stato serio avrebbe ripristinato l'unica misura decente, cioè i rimpatri forzati delle imbarcazioni dei migranti, invece di andarseli a prendere, con il risultato di avere già adesso le città invase di migranti che sono una calamità per le nostre già esigue finanze.
Tanto per fare un esempio, a Catania, uno dei corsi centrali della città, di notte è diventato un rifugio per migranti, alla faccia delle risorse che dovrebbero essere, un mio amico mi ha detto che lo stesso accade alla stazione Termini di Roma, pure a Bologna… e noi dovremmo metterci a piangere, per tutti i poveri migranti che muoiono nella traversata?

15 - PROVO PROFONDA VERGOGNA PER I COMMENTI DISUMANI A QUESTO INTERVENTO, SIAMO VERAMENTE NOI ITALIANI CHE STIAMO NAUFRAGANDO DALLA CIVILTA'!


Mi fermo qui con i commenti dei lettori, con questo appello alla ‘’defunta civiltà umana’’ e proviamo a tirare le conclusioni: che l’Italia sia in crisi è ormai un ritornello ‘’svenduto’’, perché questa crisi la si mette dappertutto, soprattutto quando si tratta di decisioni che hanno a che fare con la solidarietà e l’impegno umanitario, come se la crisi fosse causata dagli immigrati o potesse essere superata semplicemente con la non-accoglienza degli immigrati. Questo tirare in ballo la crisi ogni qualvolta che si tratta di occuparsi di qualcun altro che non sia se stessi è la prova della nostra ‘’fallita civiltà’’, perché quando una civiltà è fatta di ‘’oggetti’’ e non di ‘’soggetti’’, quando fa solo rima con consumismo e populismo, quando per civiltà si intende un piangersi addosso per i problemi, uno scaricare le responsabilità sui più deboli, un vedere nell’altro un ostacolo al proprio progresso, una limitazione o un aggravio dei problemi già esistenti… allora abbiamo proprio sbagliato tutto!
Il progresso ha prodotto beni di consumo, un benessere materiale ed economico che è durato quel che è durato,  che è imploso in se stesso, così ora ci troviamo in mezzo ad una crisi economica spaventosa per le conseguenze sociali e con una società che oltre alle mancate risorse economiche avverte anche la mancanza di risorse morali, etiche, di resilienza: cioè di mancata fiducia nelle sue capacità di risollevarsi.
In questo clima di profonda crisi morale e di devastante crisi economica ecco che sopraggiunge un nuovo problema a scatenare una terza crisi: quella umanitaria.
In tempi già difficili si complica la situazione con la necessità di occuparsi oltre che di se stessi, anche di altri che vengono da esperienze più dure e difficile delle nostre.
Che fare? Come porsi di fronte a tutto questo?
C’è chi spara sui morti, c’è che ribalta e scarica tutti i problemi sugli altri, che siano i politici nostri o gli immigrati, c’è chi prova a fare un timido ragionamento umanitario ma si ritrova bombardato dai suoi stessi connazionali come ‘’quello che stona, voce fuori dal coro e dalla realtà’’; c’è chi urla la sua rabbia, c’è chi accusa puntando l’indice  e c’è chi difende restituendo al mittente le accuse proponendo un esame di coscienza per recuperare un minimo di umanità.
Il quadro che ne emerge è quello di un popolo ‘’figlio del consumismo, del perbenismo materialistico, capace di fare i conti solo con i soldi delle proprie tasche o con quelli delle tasche degli altri… abbiamo disimparato o completamente abrogato il fare i conti… con la propria coscienza!
Siamo diventati un monologo di frasi fatte, siamo un contenitore di luoghi comuni e preconcetti, siamo pieni di niente… ci siamo svuotati della nostra stessa sostanza umana, siamo vuoti di ‘’umanità’’!
Dopo aver letto questi commenti, mi venivano in mente le manifestazione degli animalisti dei giorni scorsi per la morte accidentale dell’orsa Danzica, per dosi eccessive di sonnifero, e la preoccupazione di tanta gente per i  suoi due cuccioli: chissà se ce l’avrebbero fatta a sopravvivere con l’inverno in arrivo!
Cortei e proteste hanno animato le strade delle cittadine per giorni, striscioni e slogan contro gli autori di questo ‘‘assassinio’’, per giorni si è gridato ed infierito contro una simile barbarie!
Con tutto il rispetto per la morte dell’orsa e per i princìpi degli animalisti e di coloro che hanno pianto la morte dell’orsa, ma non mi pare di aver visto qualcosa di simile per i circa 500 migranti barbaramente e volutamente annegati in pochi giorni sotto gli occhi di un mondo intero: si trattava di giovani, donne e bambini… non di bestie!

‘’Circa 1900 i morti in 8 mesi…
Migranti, erano 250 sul barcone naufragato a largo della Libia.
Recuperati 20 corpi…
Migranti, sbarcati in Sicilia 600 profughi siriani e palestinesi: 197 sono minorenni…
E si potrebbe continuare con una lunga lista di numeri relativi ai naufragi…

La morte di Danzica, con tutto il rispetto per quanto le è accaduto … mi sembra ben piccola, modesta oserei dire… insignificante cosa davanti ai genocidi, alle stragi volontariamente provocate  nel Mediterraneo dagli scafisti, all’indifferenza di un’Europa che fa i conti con lo spread e con i BOT e che ha dimenticato oltre che la sua coscienza morale anche la sua memoria storica: un tempo si partiva dai loro porti con grandi imbarcazioni per colonizzare, sfruttare e dominare quei popoli che oggi chiedono aiuto.

Non vorrei parlare di doveroso ‘’risarcimento morale’’ verso questi popoli, ma senza dubbio non si può non parlare di responsabilità civile e politica nei confronti di chi è stato travolto da una furiosa ondata di violenza gratuita e insensata; se proprio non vogliamo chiamarlo ‘’risarcimento morale’’ chiamiamolo almeno ‘’dovere morale’’, il dovere di ogni uomo di buona volontà di tendere la mano a chi sta affogando e chiede aiuto…  e scusate se questo è poco!