"Per certi viaggi non si parte mai quando si parte. Si parte prima." Fulvio Ervas – Se ti abbraccio non avere paura
sabato 24 ottobre 2015
domenica 18 ottobre 2015
In questi
giorni saranno ospiti di don Giuseppe alcuni ragazzi
della comunità terapeutica per tossicodipendenti ‘’ San Francesco’’ di Gemini (LE),
guidata da don Mimmo Ozza già da molti anni.
della comunità terapeutica per tossicodipendenti ‘’ San Francesco’’ di Gemini (LE),
guidata da don Mimmo Ozza già da molti anni.
Questo vuol
dire che la casa di don Giuseppe, già strapiena per la presenza di tanti
ragazzi provenienti da diverse parti dell’Africa e dell’Asia, sarà un punto di
incontro fra il Nord e il Sud del Mondo; un incontro che non si fermerà sulla
linea di confine, come succede sulle cartine geografiche, dove le Nazioni o i Continenti
si sfiorano in un solo punto ma poi ognuno resta dalla sua parte, ma ci sarà un
incontro vero, da fratello a fratello, da persona a persona; si mangerà
insieme, si condivideranno le giornate insieme, si riderà e si scherzerà insieme,
si farà esperienza di ‘’comunità’’, dove per comunità non si intende né quella terapeutica né quella di accoglienza dei migranti, ma ‘’Comunità vera’’,
senza altri aggettivi o definizioni.
Una comunità
umana. Punto.
Una comunità
di persone che si incontrano per condividere la propria esperienza, senza
discriminazioni o distinzioni.
Senza parametri
di ordine economico, culturale, sociale, religioso.
Una comunità
di persone che condividono lo stesso tetto e lo stesso pasto.
Senza chiedere
o pretendere altro.
Un miracolo?
Beh, sì, a
volte i miracoli ce li si va proprio a cercare!!!
Poi… piano
piano ci si attrezza anche per quelli!
Ma a parte
la battuta… pensando a tutto questo… riflettevo su una cosa:
ecco… c’è
chi ha il coraggio di sfidare la morte, perché cerca la vita, e c’è chi non ha
il coraggio di sfidare la vita e cerca la morte!
Paradossalmente,
laddove la morte fa da padrona, come in Nigeria, in Siria, in Gambia, in
Afghanistan… i ragazzi scappano, sfidando, ancora una volta, la morte nel
deserto, sotto le bombe, gli attacchi terroristici, la fame, il freddo, il mare
su un barcone… partono senza avere che pochi spiccioli in tasca, senza valigie,
con i figli sulle spalle, senza arte né parte, senza conoscere né la lingua nè
la cultura del luogo in cui vanno, una pazzia… diremmo noi occidentali che quando
prenotiamo i viaggi all’estero passiamo ore a cercare su Internet la presenza
di tutti i confort a cui siamo abituati, prima sull’aereo poi nell’albergo, poi
nel luogo scelto per la vacanza, tutto deve essere sicuro e perfetto… ben
organizzato… un piccolo ritardo nella partenza o un minimo disguido… già ci fa
imprecare e chiedere risarcimenti e quant’altro… ecco, sì, paragonato a tutto
questo… la loro partenza è una pazzìa impensabile… eppure loro accettano la
sfida e si spostano per migliaia e migliaia di kilometri affrontando l’ignoto e
la morte… perché… perché vogliono vivere, amano la vita, cercano la vita… la
morte non può fermare questa ricerca che da sempre è nel cuore dell’uomo.
Sfidano la
morte… sperano nella vita!
Dall’altra
parte, noi occidentali, facciamo esattamente il contrario: non ci sono pericoli
incombenti nella nostra vita, né minacce di nessun genere; il benessere,
nonostante la crisi, non viene meno, abbiamo non solo tutto ma molto di più di
quel che ci serve, abbiamo soprattutto la pace, quella che il Sud del mondo non
ha e questa pace ce la giochiamo tra polemiche e pettegolezzi vari, tra
minimalismi e populismi, tra sceneggiate e farse di facciata, tra imbrogli,
inganni e corruzioni varie.
Viviamo in
pace, ma non sappiamo vivere la pace.
In questo
clima di ‘’pace politica’’ è in atto ‘’una guerra sociale’’ amplificata o,
direi, gestita da ‘’una guerra mediatica’’ che fa il bello e il cattivo tempo,
che stravolge le regole, che confonde, preme, fa pressione su argomenti,
aspetti della vita, che portano la società tutta allo sbando, allo smarrimento
totale, si dice tutto e il contrario di tutto, si urla, si alza la voce, si
pretende di essere nel giusto, nel vero, si cambiano le regole del gioco, si
cambia la vita di un mondo… stando comodamente seduti in poltrona… con un
microfono in mano dal quale si può dire tutto… tutto e niente!
E fa più
rumore quel niente che quel tutto, il vuoto filtrato dallo schermo
televisivo invade le coscienze e le strumentalizza… le stritola… le riempie di
niente, di vuoto assoluto e cancella la bellezza, la forza… la volontà di
vivere!
Ecco, noi
occidentali siamo succubi di uno schermo che ci toglie quella voglia di vivere
e ci fa desiderare la morte!
Che ci fa
vedere la morte come soluzione ad una vita devastata non dalla guerra ma dalle
parole che producono più morti di una guerra vera e propria. Parole, immagini,
discorsi… scelte di vita che condizionano la nostra e ci portano a scegliere la
morte, amplificano i nostri fantasmi, ci aprono al mondo e ci restringono nel
cuore, ci mettono davanti una serie infinita di ‘’amici virtuali’’ e ci
allontanano dalla famiglia reale, ci offrono soluzioni comode e sfarfallate e
ci danno il senso di una vita che non ha più senso vivere.
La ‘’guerra’’
in cui siamo immersi è di quelle più subdole e più difficili da vincere: siamo
in guerra con noi stessi! Siamo in guerra con la vita! Siamo in guerra con la
pace, con l’amore!
Una guerra
così ha ben poche speranze di essere vinta, perché quando il nemico non è fuori
di me, ma dentro di me… ho un bel da fare per snidarlo e combatterlo… non c’è
nessuna voglia né tanto meno consapevolezza di doverlo fare!
Siamo prigionieri
del benessere e del bombardamento mediatico, che detta legge, che fa la legge,
che dà un volto spesso apparente della realtà, le piccole cose le fa diventare
grandi e le grandi le riduce a lumicino.
Il Nord del
mondo combatte la vita;
il Sud combatte la morte.
il Sud combatte la morte.
Ecco l’incontro
di oggi nella casa di don Giuseppe sarà un incontro fra due mondi, fra due
scelte di vita, fra due realtà di vita: chi vive nella morte, ha scelto la vita e chi vive nella vita ha
scelto la morte.
Chi fugge
dalla guerra vera, esterna a se stessi… ha scelto la speranza di una vita
migliore; chi fugge da una guerra invisibile, interna a se stessi, ha scelto la
morte come sua unica speranza.
Più che paradossale…
è sconcertante!
È inaccettabile!
Ma è la
verità. È la verità di questo tempo.
È la verità
di questo mondo diviso non in bianchi e neri,
ma in
cercatori di vita e cercatori di morte!
I migranti,
almeno una buona parte di loro, ce l’hanno fatta… ci hanno creduto e sono
riusciti a raggiungere il loro obiettivo, piuttosto incerto e pericoloso.
Anche i giovani
occidentali, buona parte di loro, purtroppo, è riuscita a raggiungere il suo obiettivo…
trovare la morte su una panchina del parco… in una siringa di droga... in una microscopica pasticca!
Pensiamoci!!!
domenica 4 ottobre 2015
ABITUARSI FA MALE!
Era il 4 ottobre 2013.
Sulle nostre pagine non ci fu nessun commento, nessun messaggio, nulla… se non una frase e una foto:
Sulle nostre pagine non ci fu nessun commento, nessun messaggio, nulla… se non una frase e una foto:

“Silenzio, lutto e dissenso, perché ciò che è stato non sia più!”.
Fu il nostro unico commento a una delle più terribili stragi di cui il mar Mediterraneo fu uno dei pochi testimoni oculari. Il 3 ottobre un’imbarcazione naufragò, al largo di Lampedusa. Delle circa 545 persone imbarcate solo 155 furono i superstiti.
Ma oggi, a distanza di due anni, nulla è cambiato eppure tutto è profondamente cambiato…
Le popolazioni migrano in modo sempre più massiccio.
Le condizioni peggiorano.
I chilometri percorsi aumentano, via mare o su strada, lungo binari che uniscono i sud e i nord del mondo.
Le condizioni peggiorano.
I chilometri percorsi aumentano, via mare o su strada, lungo binari che uniscono i sud e i nord del mondo.
Aumenta la gente che spezza fili spinati con la sola forza della disperazione.
E aumentano coloro che si indignano per la durezza di foto che disturbano la propria indifferenza.
Quanti commenti sui social rispetto alle foto dei corpi dei bambini naufragati. Indignati per l’immagine più che per la loro morte.
E aumentano coloro che si indignano per la durezza di foto che disturbano la propria indifferenza.
Quanti commenti sui social rispetto alle foto dei corpi dei bambini naufragati. Indignati per l’immagine più che per la loro morte.
Ma le domande sono tante e purtroppo sono sempre più silenziate dal nostro esserci abituati: a quei volti, a quelle guerre, a quella fame, a quelle colonne, lunghe migliaia di chilometri, di famiglie che cercano di ridare ai propri figli nuovamente vita.
Abituarsi al male, fa male. Ci rende impermeabili. Ci convince a cambiare scena. Ci fa credere che in fondo quella sia una storia che non ci appartiene.Qualcuno ha trovato soluzioni interessanti: non vede più i telegiornali, non sfoglia più i quotidiani. Non vedere, in fondo, è non soffrire.
Altri hanno deciso di partire, di andare alle frontiere e violare, in nome della fraternità umana, le regole dei propri governi.
Altri ancora, riflettono su come e cosa fare.
Nel frattempo, nel “nostro” nord del mondo si avvicinano due realtà: il freddo inverno e la famiglie denudate dalle guerre.Riusciremo, in nome di quella misericordia che predichiamo a non farli incontrare?
sr. Mariangela (da www.cantalavita.it)
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