mercoledì 30 luglio 2014

SPAZIO AMICO X... LA COMUNITA' TERAPEUTICA

In questi giorni scorsi sono stati ospiti a S. Mauro Forte e ad Albano i ragazzi della comunità terapeutica di Gemini (LE), gestita da don Mimmo Ozza. 
La loro presenza è ormai una consuetudine (graditissima) in questi due centri cittadini; le loro testimonianze, sempre nuove e diverse, profondamente drammatiche e dolorose, sempre desiderose di riscatto sociale e di speranza, sono un servizio importantissimo, perchè contribuiscono al superamento di tanti pregiudizi e di vecchi quanto errati schemi mentali che impediscono di andare oltre il silenzio e le apparenze.
A loro  il nostro saluto, il nostro grazie, il nostro caloroso abbraccio e il nostro augurio, perchè possano tornare presto a vivere da ''uomini liberi'' dalla schiavitu' delle dipendenze e dal dolore che schiaccia ed opprime il loro cuore.
Un grazie speciale dalla cittadinanza sammaurese per il loro contributo nei lavori in corso nella chiesa conventuale del paese, di prossima riapertura al culto.

venerdì 25 luglio 2014


I disperati viaggi della speranza

1 luglio 2014 – Pozzallo – Ragusa –  Migranti, altri 30 morti.
Una trentina di vittime, corpi di profughi stipati all'interno di un peschereccio morti per avere respirato monossido di carbonio e un sospetto caso di malattie infettiva che ha fatto gridare all'allarme virale letale… per precauzione, il mezzo della marina militare non entra in un porto.
    Solo gli ultimi dati che arrivano dall'emergenza migranti, che non si ferma. "Eravamo troppi, ma ci obbligavano a salire": ha negli occhi ancora la violenza dei libici che li costringevano a 'scalare' il peschereccio uno dei testimoni.
     Racconta dell'ennesima tragedia del mare alla squadra mobile della Questura di Ragusa. Di quell'imbarcazione stracarica, con le persone stipate come sardine: così quelle che si trovavano più in basso sono rimaste 'schiacciate' nella sala macchine. Non sono riuscite più a muoversi e hanno respirato il monossido di carbonio emesso dai motori, morendo per asfissia. Tutti uomini nordafricani, nessun bambino. Perché anche la nave dei migranti ha le sue 'classi sociali': i giovani neri sotto, sopra siriani, che possono pagare di più, o donne e bambini, versando un sovraprezzo. L'imbarcazione è stata trovata ieri. Dei circa 590 migranti che erano sul peschereccio 353 sono arrivati oggi a Pozzallo: tra loro tre donne in avanzato stato di gravidanza e molti bambini, compresi alcuni minorenni cullati tra le braccia dai militari della marina. Gli altri, assieme ai profughi di un altro soccorso, arriveranno domani pomeriggio nel porto del Ragusano con nave Grecale, che ha a bordo 566 persone e rimorchia il peschereccio con le salme.
    I corpi sono almeno 27, ma potrebbero essere di più. L'ennesima dramma dei viaggi della speranza si assomma a una giornata con numeri da tregenda per l'impegno nei soccorsi: le navi della marina militare inserite nel dispositivo aeronavale interforze Mare Nostrum sono state impegnate per tutto il fine settimana prestando soccorso ad oltre 5.000 migranti. E c'è anche l'emergenza scattata sul pattugliatore Orione: a bordo, con altri 389 migranti, è stato identificato un caso sospetto di malattia infettiva. Il "paziente è stato isolato" e "resta imbarcato con i medici che seguono il suo caso".
Nei giorni da grandi numeri la 'mappa' di imbarcazioni e porti diventa difficile da seguire: nave San Giorgio porta 1.170 migranti a Taranto, il pattugliatore d'altura Dattilo della Capitaneria di Porto 1.096 a Augusta (Sr), dove ha portato anche il cadavere di un migrante recuperato in mare. La rifornitrice Etna con 1.044 migranti giungerà domani a Salerno, ma con una 'passeggera' in meno: una donna che stava per partorire è stata sbarcata e ricoverata in ospedale a Siracusa. Il mercantile Mare Atlantic con 235 migranti arriva a Messina. La motovedetta della Capitaneria di Porto 906 Corsi con 341 migranti a Porto Empedocle (Ag), il mercantile City of Beirut con 105 migranti e il mercantile Ticky con a bordo 190 migranti a Trapani. Sorprende lo sbarco con veliero di 72 nordafricani lasciati sull'isola di Vendicari.

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21 luglio 2014 - Un bimbo di un anno è giunto cadavere a Messina, dove nel pomeriggio di ieri sono arrivati su una petroliera i circa quattrocento migranti soccorsi nel Canale di Sicilia su un barcone dove ventinove persone sono morte per asfissia. Il bimbo era con la madre e non si conoscono ancora le cause del decesso.
Soltanto nella giornata di sabato cinque interventi di salvataggio hanno portato al recupero di 749 migranti, fra cui cento donne, 61 minori e un neonato. Una nave con a bordo oltre cento migranti è in arrivo a Palermo. Il sistema di accoglienza è già stato attivato, con la prefettura e la capitaneria all'opera cosi come la Protezione civile e la Croce Rossa. Gli extracomunitari raggiungeranno Palermo a bordo del mercantile Sea Phoenix. Verranno accolti dal personale della Caritas che li ospiterà nei propri centri. Sul molo presenti anche i medici dell'Asp per le prime visite.

In questo mese di luglio si sono susseguiti in maniera continua articoli come questi: numeri dei salvati, numeri dei morti, numeri dei trasferiti. Numeri grandi in tutti e tre i casi.
L’emigrazione è un fenomeno che da sempre ha accompagnato la Storia dell’Umanità; il nomadismo può essere considerata la prima forma di ‘’emigrazione’’ di interi popoli che seguivano gli spostamenti delle mandrie di animali, unico sostentamento per la loro sopravvivenza.
Con la scoperta dell’agricoltura, il nomadismo si è molto ridimensionato, anche se ha caratterizzato la vita di molti popoli ancora per diversi secoli.
Se c’è, dunque, una costante che ha accompagnato la Storia dell’uomo fin dalla sua comparsa sulla Terra questa è proprio l’emigrazione, che ha preso nomi diversi a secondo della causa, del periodo storico, del popolo in questione: nomadismo, esodo,  diaspora, espatrio, sfollamento: forme di emigrazione forzata, per cause naturali, politiche, sociali o religiose, ma sono stati tanti i popoli che han dovuto lasciare la loro terra per una speranza di vita migliore o solo perché la loro terra era stata occupata da altri popoli.
E se c’è una costante sia nelle cause che nelle conseguenze di questi spostamenti di massa questa è la FAME.
Se un tempo, però, il problema era legato soprattutto ai lunghi periodi di carestia, essendo la ‘’terra’’ l’unico fornitore di cibo, l’assenza delle piogge rendeva sterile e arida la terra anche per più anni… parlare, invece, oggi di ‘’ fame’’ è tutt’altro discorso: oggi non manca il cibo, ma manca la suddivisione equa del cibo, ciò comporta una disuguaglianza fatale: da una parte lo spreco, dall’altra la fuga per fame!
Se dovessimo assegnare dei voti alla storia dell’uomo, come in una ‘’pagella virtuosa’’, dovremmo dire che mai come negli ultimi tempi si sia toccato il fondo su alcuni aspetti, la divisione dei beni e delle risorse è alquanto impari, tragicamente impari.
Se da una parte vengono letteralmente bruciate  tonnellate di cibo per mantenere i mercati internazionali stabili e i prezzi alti e competitivi, dall’altra milioni di persone muoiono letteralmente di fame e peggio ancora di sete.
Se ci fosse da assegnare, come si suol dire, ‘’la maglia nera’’ come peggior esempio di solidarietà umana, questi nostri tempi se la conquisterebbero come niente!
E c’è poco da scandalizzarsi, non è un segreto per nessuno questa situazione, dati e statistiche parlano chiaro e non sono tenute nascoste a nessuno.
Il verso scandalo è il persistere di tale situazione nel tempo, senza che nessuno intervenga per cambiare radicalmente le cose; l’ostacolo numero uno è ‘’l’economia’’ che pare debba continuare a mantenere determinati ritmi e livelli per non causare crolli di mercato e crisi nei Paesi cosiddetti ‘’civilizzati’’.
E mentre le regole dell’economia guidano le sorti di un mondo intero, c’è mezzo mondo che è costretto ad ‘’elemosinare’’ il pane per i figli in questo tanto tecnolocizzato terzo Millennio.
Nell’era dell’ homo tecnologicus popoli interi muoiono ancora di fame: la disuguaglianza sociale mai è stata grave come questa!
E il mondo cosa fa? Come si pone di fronte a questo problema?
In maniera diversa: con disinteresse;  ignorando il problema; sottovalutandolo; puntando il dito a destra e a sinistra; facendo statistiche; facendo congressi e convegni che cadono nel vuoto; intervenendo tanto quanto basta per non sentire i rimorsi di coscienza; tamponando le emergenze; speculando politicamente ed economicamente sulle miserie altrui; raggirando i problemi con interventi fittizi; facendosi pubblicità personale in finte azioni umanitarie; arricchendosi, anche, dirottando gli aiuti umanitari verso interessi personali…. Diciamo che c’è una gamma piuttosto consistente e varia di forme di intervento o di non intervento che complicano il problema e fanno sì che esso perduri nel tempo.
Così… mentre i popoli ‘’satolli e progrediti’’ si arricchiscono sempre più, quelli ‘’affamati’’ s’impoveriscono sempre di più, muoiono di fame o sono costretti ad emigrare.
E non è né uno slogan né una frase  fatta, ma una terribile tragica realtà alla quale si dovrebbe decidere di porre fine… ma perché questo accada occorrerebbe perseguire tutti lo stesso obiettivo: il benessere di tutti e considerare tutti come esseri umani portatori di diritti!
Ma il benessere è figlio della Pace e della Giustizia.
Se non c’è pace e non c’è giustizia, il benessere sarà sempre e soltanto parziale e limitato ad una parte della popolazione.
Ma che cosa ostacola il raggiungimento di questi due punti cardini su cui ogni società dovrebbe reggersi?
Non tanto la mancata ricerca della pace e della giustizia, quanto l’opposizione a questi concetti, il non volere cioè né la pace né la giustizia… e questo è davvero grave!
Sembra strano, impossibile, che ci siano uomini che non vogliano la pace, ma è così, purtroppo è proprio così!
Domenica scorsa, padre Ibrahim, corrispondente da Gerusalemme, nella trasmissione  ‘’A Sua immagine’’ su Rai Uno, parlando dell’attuale e secolare conflitto tra Gerusalemme e Gaza che ha visto un’escalation di violenza negli ultimi giorni, a chi gli chiedeva quale fosse la vera causa di tutto questo, ha risposto così: ‘’dopo l’incontro di papa Francesco con i responsabili delle popolazioni in questione per la pace tra questi due territori, c’è stato chi ha lavorato alacremente perché la pace non si facesse; non tutti vogliono la pace, sono tanti quelli che cercano in tutti i modi di impedire un accordo di pace. Per fare la pace ci vuole coraggio, molto più di quello che serve per fare la guerra!’’
Un’affermazione dura che deve davvero farci venire i brividi, perché si fa fatica anche solo a pensare che qualcuno non voglia la pace, che preferisca la guerra, che  lavori con impegno perché la guerra perduri… sapendo che ‘’guerra’’ vuol dire morte, distruzione, fame, violenza, miseria, dolore, emigrazione!
Pensare che ci sia gente che preferisce questo alla Pace… è davvero difficile accettarlo.
Ma questo non succede solo nella Terra Santa, è la realtà di tante altre popolazioni, soprattutto dell’Africa.
Guardiamo al Sudan. Buona parte degli immigrati che giungono in questi mesi sulle nostre coste vengono dal Sud Sudan: perché? Cosa succede laggiù?
Com’è la situazione politica, civile, economica, culturale, sociale di questa regione africana?
Ce la racconta questo articolo tratto dal sito di ‘’ Volontariato Internazionale per lo sviluppo (VIS)’’

 Sud Sudan: terzo anno dall'indipendenza. 

Il Paese è a rischio di catastrofe umanitaria

10 luglio 2014 - Il conflitto e la stagione delle piogge continuano ad aggravare la situazione umanitaria in Sud Sudan, dove ormai oltre un milione di persone ha lasciato le proprie case e non ha accesso a cibo, acqua e cure sanitarie e dove intere comunità sono state completamente distrutte. Oggi, nel terzo anniversario dell’indipendenza del paese e della sua divisione dal Sudan, il network di ONG AGIRE richiama l’urgenza di una maggiore risposta umanitaria nei confronti della più grave crisi africana del momento.
Le Nazioni Unite stimano che circa 1,5 milioni di persone siano in fuga, di cui circa 1,1 milioni sfollati all’interno dei confini del paese e 400 mila fuggite all’estero, soprattutto nei paesi confinanti. Ancor prima che il conflitto riesplodesse con veemenza nel dicembre scorso, il Sud Sudan versava in una situazione di cronica emergenza sanitaria. «In questo momento si accavallano purtroppo diverse emergenze – dice Marco Bertotto, direttore di AGIRE. «Sei mesi di conflitto che hanno generato esodi in massa, il collasso delle strutture sanitarie, allagamenti dovuti all’intensa stagione delle piogge, sacche di grave malnutrizione e il crescere del numero di casi di colera. L’insieme di questi diversi fattori rende l’emergenza in Sud Sudan particolarmente grave: è una crisi umanitaria che non possiamo più ignorare».
L'insicurezza è una delle più grandi sfide per la consegna degli aiuti umanitari. Per raggiungere le popolazioni più in difficoltà, le organizzazioni umanitarie hanno bisogno di accesso incondizionato a tutte le aree. Le parti in conflitto dovrebbero rispettare in ogni momento i movimenti e la presenza delle agenzie umanitarie. Ma purtroppo i continui combattimenti e gli spostamenti di migliaia di persone ogni giorno, la distruzione dei mercati, l’impossibilità di seminare e raccogliere, la violenza della stagione delle piogge, l’insicurezza alimentare e la correlata vulnerabilità stanno mettendo a rischio sempre più serio milioni di persone. Gli esperti dell’IPC (Integrated Food Security Phase Classification) hanno già evidenziato che se il conflitto perdurerà e il livello degli aiuti umanitari non sarà incrementato, entro il mese di agosto è probabile che alcune aree del paese cadranno in situazioni di carestia.
Anche la disponibilità di fondi costituisce un grave limite all’azione delle agenzie umanitarie. Le Nazioni Unite hanno lanciato un appello per circa 1,8 miliardi di dollari, ma finora i paesi donatori hanno contribuito con meno della metà delle risorse necessarie. Le stesse campagne di raccolta fondi lanciate dalle singole organizzazioni umanitarie si sono dimostrate insufficienti a sostenere la capacità operativa presente sul terreno e i bisogni effettivi delle popolazioni.
«E’ una situazione sempre più complicata: per prevenire una catastrofe umanitaria non si può attendere che il peggior scenario possibile si realizzi. Le 7 organizzazioni non governative di AGIRE presenti nel paese stanno intensificando i loro programmi di assistenza umanitaria, ma è indispensabile che la comunità internazionale e i governi donatori diano un contributo concreto sia per aumentare la disponibilità di fondi che per favorire l’accesso dei soccorritori alle comunità colpite – conclude Bertotto.
AGIRE continua a mantenere sotto stretta osservazione la situazione umanitaria in Sud Sudan. Il livello di bisogni sul terreno e la capacità operativa delle organizzazioni associate sarebbero sufficienti a giustificare l’immediato lancio di un appello congiunto di raccolta fondi. Purtroppo il grado di informazione e sensibilità dell’opinione pubblica non bastano a garantire il successo dell’appello e impediscono quindi, in Italia come in altri paesi europei, l’efficace attivazione di campagne di raccolta fondi da parte delle organizzazioni non governative.


Noi contiamo le migliaia di profughi che giungono sulle coste della Sicilia e ci sembrano cifre enormi, insostenibili, ingestibili… ma i numeri vanno ben al di là di queste poche centinaia di profughi: si parla di milioni di persone in fuga, per fame, paura, guerra, violenza…

Ovviamente il problema è molto più grande di quanto qui detto, basterebbe solo aprire la pagina del traffico internazionale di armi, per avere una pallida idea di quello che sta succedendo nei Paesi di provenienza di questi immigrati che hanno ‘’scombinato i sogni’’ di tanti italiani e di qualche europeo; occorrerebbe dare un’occhiata alle statistiche dei maggiori esportatori di armi leggere nei Pesi del Medio Oriente, per avere un qualche idea di ciò che gira dentro ed intorno al mondo dell’immigrazione!
E certo l’Italia e l’Europa non se ne escono con le mani pulite in questi traffici fatti alla luce del sole, dagli stessi governi che si avvicendano nel tempo.
Cosa dire? A quale conclusione possiamo giungere?
C’è un mondo in fuga. Un mondo in subbuglio. Un mondo che si arricchisce sulle spalle dei poveri. Un mondo che detesta la pace. Un mondo che non vuole praticare la giustizia. Un mondo fondato volontariamente sulla disuguaglianza. Un mondo che sceglie consapevolmente la guerra, la morte e il dolore. Un mondo che preferisce distruggere piuttosto che condividere. Che preferisce prendere piuttosto che dare. Che preferisce uccidere piuttosto che abbracciare. Tanti mondi che girano su ritmi diversi.
Forse dovremmo interrogarci sul serio cosa ne vogliamo fare di questo mondo; quali responsabilità ha ciascuno di noi in questi fenomeni di immigrazione, di fuga di interi popoli; quali azioni concrete si dovrebbero adottare per impedire lo svuotamento di un continente e il sovraffollamento di un altro.
È vero che sono tanti quelli che si adoperano per il Bene Comune e la sopravvivenza dei popoli in difficoltà, ma a loro fanno eco i tanti che ostacolano o lavorano in senso contrario alle loro intenzioni.
Fino a quando l’uomo sarà spaccato in se stesso, fino a quando non sceglierà la Pace come suo Unico Bene ed Unica Ricchezza… il mondo continuerà a fare guerra a se stesso!
Non è possibile accettare questa conclusione. Non è possibile rassegnarsi a questo. 
Non dobbiamo farlo.
Non dobbiamo cedere all’ ineluttabilità di un destino scritto dalle nostre fragilità umane.
Occorre mettere insieme le forze di pace per opporsi alle forze di guerra, occorre lottare e desiderare la pace, occorre metterla come obiettivo prioritario di tutti i popoli. 
Occorre avviare la rivoluzione dell’amore!
Un sogno?
Dipende da noi: può restare un sogno irraggiungibile, se continuiamo a spararci addosso con proiettili e parole, oppure trasformarsi in realtà
Che il nostro sia un mondo bello nessuno lo mette in dubbio, ma perché resti bello occorre che ognuno si adoperi perché non venga distrutto… non è accettabile che qualcuno lavori per la distruzione e non per la condivisione
Nessuno vuole fare le cose facili, la pace è una conquista difficile, difficilissima, lo sappiamo, ma questo non vuol dire che non ci si debba adoperare per perseguirla o che ci si debba arrendere o peggio ancora che ci si schieri contro!
Siamo uomini… o almeno così dovrebbe essere … e l’uomo non può che desiderare e lavorare per la pace!
Non bisogna mai arrendersi all’ impossibilità della pace!
La pace richiede una rivoluzione interiore, fino a quando le rivoluzioni le facciamo solo esteriormente, per cambiare gli altri e non noi stessi… è chiaro che i risultati saranno deludenti!
Abbiamo imparato a guardare lontano… perché abbiamo paura di guardarci da vicino… se lo facessimo avremmo orrore di quello che vedremmo: orrore di noi stessi, per come abbiamo schiavizzato il cuore, asservito al potere, al denaro, alla morte.
Ecco perché guardiamo fuori, lontano, sempre più lontano… fino alle galassie al di fuori della nostra … perché abbiamo paura… paura di ciò che siamo diventati, a conferma del vecchio detto latino: homo homini lupus (letteralmente "l'uomo è un lupo per l'uomo").
È amaro pensare che l’espressione di Seneca, vissuto nel 4 a.C.,  "l'uomo è una cosa sacra per l'uomo" sia ancora molto… ma molto lontana dal realizzarsi!
Diceva ancora Seneca: ‘’Che cosa misera è l'umanità se non si sa elevare oltre l'umano!’’.
Come non dargli ragione!
In ’’De clementia’’ Seneca sostiene la tesi che ‘’la clemenza é tanto più ammirevole, quanto maggiore è il potere di chi la manifesta’’.
‘’La clemenza è agli antipodi dell'ira - la malattia del tiranno - Se vogliamo avere la meglio sull'ira, non deve essere lei ad avere la meglio su di noi. Cominceremo a vincere solo quando la nasconderemo e le impediremo di prorompere all'esterno; infatti - dice Seneca - se le consentiamo di fuoriuscire, essa ci domina: dobbiamo dunque nasconderla nel più profondo remoto del nostro petto, essa va trascinata perchè non ci trascini; bisogna combattere tutti i suoi indizi e le sue manifestazioni: è opportuno raddolcire la voce, allentare il passo, contenere il volto e a poco a poco l'interno si conformerà all'esterno’’
L' interiorità, a cui fa appello Seneca, è il luogo in cui si combatte contro gli assalti di tutto ciò che è esterno per la salvaguardia della propria libertà: ed è per questo che il pensatore spagnolo ci invita (De ira, III, 36) alla sera, quando la nostra giornata volge al termine, a fare un redde rationem, una ricognizione fra i sentieri del proprio animo per sincerarsi che quella trascorsa sia stata una giornata bene impiegata.
L’uomo è per Seneca – sulla scia di Aristotele – un animale congenitamente socievole ("hominem sociale animal communi bono genitum videri volumus", De clementia, I, 3, 2): ‘Siamo tutti membra di uno stesso corpo, tutti per natura vincolati da un rapporto di reciproco sostegno, così come le pietre che costituiscono una volta (Epistole a Lucilio, 95), pronta a cadere se esse non si sorreggessero a vicenda’’.

Certo, lo so bene che non è il caso di filosofeggiare quando ci si trova davanti ai corpi morti per asfissia degli emigranti che fuggono dalla guerra, lo so bene che di fronte alle tragedie non c’è filosofia che tenga, forse però dovremmo davvero invertire la rotta, e non quella che dalla Libia giunge in Italia, ma quella che dal mondo esterno entra nel nostro cuore: se non impariamo a considerarci membra di uno stesso corpo, vincolati da un rapporto di reciproco sostegno, se non impariamo a controllare i nostri istinti, l’ira del potente che ruggisce e distrugge il suo popolo, se non impariamo nuovamente a fare una ricognizione fra i sentieri del proprio animo per verificare i nostri comportamenti… se non impariamo a dominare noi stessi e a riconoscere ‘‘il servizio all’altro’’ come il maggiore dei poteri, a riconoscere la ‘’clemenza’’ come forza e non come debolezza, ad accettare che l’altro uomo è una cosa sacra per me uomo come lui… se non impariamo queste cose, se non ci convinciamo che questa è l’unica strada giusta… allora continueremo a contare i morti, a fuggire dalle nostre case, a lamentarci inutilmente, a sparare contro noi stessi, ad usare il potere come strumento di distruzione e non di civiltà.
La via giusta la conosciamo e… prima ancora che dai filosofi … ci è stata detta da Colui che ci ha creati… purtroppo per noi è la volontà di percorrerla che è ancora tutta da generare dentro di noi!

E non possiamo neanche più permetterci il lusso di pensarci soltanto…
 perché la necessità vera è l’urgenza di metterla in atto!

sabato 19 luglio 2014


… E SI CONTINUA A MORIRE…

‘’Dieci cadaveri, una quarantina di dispersi, alcuni dei superstiti in condizioni critiche. È bastato che la bonaccia cedesse il passo a un vento di burrasca perché il Mediterraneo inghiottisse altre vite. In 39, stremati, ce l’hanno fatta solo perché individuati da un mercantile. A bordo del gommone c’erano dieci corpi senza vita.
‘’Eravamo in 90’’, hanno raccontato i superstiti. Ma le vittime sono molto di più’’, ha detto il sindaco di Lampedusa. La Capitaneria di porto ha raccolto informazioni ancora più gravi ’’su un’imbarcazione alla deriva è stato trovato un uomo da solo’’.
Sfinito, il naufrago ha raccontato che sul gommone erano partiti in cento, strano che a bordo non ci fosse nemmeno un cadavere!
Una versione da verificare, ma che lascia aperte le porte alla possibilità che questa può essere stata una strage tra le peggiori , con circa 140 dispersi.
Il ministro degli esteri ha rilanciato un appello: ’’Il governo  sta già facendo moltissimo con Mare nostrum. Il punto è che di fronte a questa tragedia, nessuno può pensare di voltarsi dall’altra parte, noi non lo facciamo ed è bene che non lo faccia neppure l’Europa e il resto della comunità internazionale…’’.
Mentre il capo della diplomazia italiana argomentava le sue proposte… arrivavano altre notizie… 93 migranti, tra i quali 16 donne e 5 minori giunti a bordo di un rimorchiatore  soccorsi a 40 miglia a Sud di Malta. Si tratta di persone provenienti dal Sudan, dall’Eritrea e dal Senegal.
Viaggiavano su un gommone di 10 metri che andava alla deriva.
Poco prima sono sbarcati a Reggio Calabria i primi 103 dei 281 immigrati di nazionalità siriana, soccorsi mentre a bordo di un peschereccio in legno di 20 metri navigavano in acque greche,  diretti versi le coste italiane. Altre navi sono attese nella notte, con almeno altri cento migranti, tra cui 46 bambini non accompagnati.
Una condizione di allerta continua a causa dall’instabilità creatosi in Libia… una precarietà che consente alle organizzazioni di trafficanti di attirare quanti dal Corno d’Africa e dal Medio Oriente scelgono di raggiungere l’Europa.’’.


Questo è uno dei tanti articoli apparsi sui giornali o trasmessi dai telegiornali nell’ultimo mese: sbarchi, cadaveri, immigrati, soccorsi, minori… termini che si ripetono ormai da mesi a ricorrenza quotidiana… un argomento che non stupisce più ma che preoccupa sempre più: non ci sono più luoghi sufficienti per accogliere né i vivi né i morti, come diceva il sindaco di Lampedusa qualche giorno fa; non ci sono fondi sufficienti per mantenere in uno stato accettabile gli immigrati; non ci sono Paesi disposti ad ospitarli; non ci sono mezzi sufficienti per aiutarli…manca tutto, proprio come nei luoghi da cui fuggono… sembra che tanta gente, a questo mondo, sia destinata a non avere mai niente… sia nei Paesi da dove fuggono, sia in quelli dove arrivano… se arrivano!
A questo primo articolo, fa eco un secondo articolo, riportato nella stessa pagina, dal titolo e sottotitolo non meno allarmanti:

L’ESODO A ERBIL PER SFUGGIRE AI ‘’NUOVI TAGLIAGOLE’’
OLTRE 100MILA SFOLLATI HANNO TROVATO RIFUGIO NELLA CITTA’ CURDA.  
A MOSUL MANCA TUTTO.
Gli ultimi arrivi si aggiungono ai 220mila profughi siriani ospitati da tempo nel Kurdistan autonomo. Arrivano e partono a migliaia.
Gli abitanti di Mosul vagano come anime in pena, stipati in auto cariche senza aria condizionata. La fila a Kasar, punto di frontiera con il Kurdistan iracheno è kilometrica.
Famiglie, merci e tantissimi camion benzina che tornano vuoti da Mosul, presa con violenza dalle milizie dello Stato islamico dell’Iraq e della Siria (Isis). Al momento, la città, la più popolosa dell’Iraq, è a corto di tutto, spiega l’esercito curdo dei peshmerga, e da Erbil – che dista una trentina di kilometri – partono i rifornimenti di acqua, cibo e benzina.
I soldati indossano la divisa con orgoglio, finalmente hanno la loro regione autonoma, il Kurdistan iracheno di cui Erbil è la capitale; ma, formalmente e sostanzialmente,  l’indipendenza non è totale, si usa la stessa moneta e i problemi iracheni sono anche faccende  personali.
Per questo, i peshmerga si sono immediatamente schierati dalla parte dell’esercito iracheno guidato in modo poco efficiente dal premier…
La nuova guerra tra sunniti e sciiti sembra essere un’occasione ghiotta per spingersi alla conquista delle zone irachene a prevalenza curda come Kirkuk e magari espandere il Kurdistan verso sud.
Ma per il momento la preoccupazione resta Mosul, perché là manca tutto e anche per questo i profughi continuano ad arrivare. Seppure sono molti quelli che tornano.
Gli sfollati che hanno deciso di rincasare sotto il controllo degli jihadisti conoscono bene il fondamentalismo religioso e la legge del taglione. L’Isis non è certo il primo gruppo di estremisti islamici che combatte in Iraq. Nessuno avanza analisi verso gli jihadisti, gli abitanti di Mosul a prevalenza sunniti sanno che questi nuovi ‘’tagliagole’’ non sono altro che l’ennesima forma di resistenza scelta da sunniti locali per rovesciare il governo corrotto e clientelare del premier sciita.
Il timore reale di chi resta nel campo profugo a Kasar, però, è che scoppi una vera e propria guerra civile non solo tra sciiti e sunniti ma anche tra sunniti pro Saddam Hussein, che hanno aperto le porte all’Isis, e che presto potrebbero litigare per il controllo del territorio, proprio come accaduto in Siria.
La lotta intestina tra Isis e altri gruppi jihadisti sunniti in Siria, ha già spinto quasi mezzo milione di abitanti del nord-est del Paese alla fuga.
Il campo profugo di Kasar ad Erbil ospita già 220mila profughi siriani.
Letteralmente vengono chiamati ‘’sfollati’’ perché ospitati comunque in territorio iracheno. Molte persone sono andate da amici e parenti residenti in città; nelle tende allestite dall’Acnur vivono solo 123 famiglie, ovvero 650 persone. Il perché lo si scopre facilmente sul posto: deserto, polvere, 42 gradi, 10 latrine e otto punti acqua. L’afa afferra la gola e i bambini non hanno niente con cui giocare a parte le bottiglie di plastica vuote a terra.
La capacità di accoglienza del campo è per massimo 200 famiglie, se l’afflusso dovesse aumentare questo campo provvisorio potrebbe essere trasformato in permanente.
Un’anziana donna racconta la sua fuga: ‘’Sono povera e malata, ho tanti nipoti e un figlio disabile, non posso vivere un’altra guerra a Mosul. Non ho i soldi con cui affrontarla. È caro il costo del conflitto per i civili, i prezzi dei beni di prima necessità in due giorni sono già raddoppiati.’’.
Il figlio disabile si gratta la testa appollaiato in un angolo della tenda, pochi chili attaccati su ossa fragili, mostra segni evidenti di denutrizione.
Verso l’ora di pranzo la distribuzione del cibo avviene in maniera ordinata, non si litiga per il pane, anche se quella di Kasar è tutta povera gente; la classe media di Mosul. Invece, viaggia coi vetri chiusi nelle auto rinfrescate dall’aria condizionata verso l’ aeroporto di Erbil per poi volare ad Amman o altre destinazioni.
‘’Non so come siano questi miliziani dell’Isis – racconta un padre di famiglia – ma non ci aspettiamo niente di buono, andiamo dai nostri parenti in Giordania, come nel 2008, come nel 2003, come nel 91.’’
La guerra in Iraq viene raccontata dai suoi abitanti come un incubo ricorrente, un film dell’orrore già visto, con attori diversi ma con gli stessi risultati.


Un orrore infinito… con l’unica differenza che non si tratta di un film né di una videocassetta registrata in cui riavvolgere il nastro!
È difficile immaginare un mondo così! È difficile accettare un mondo così!
È difficile anche solo pensare che ci siano intere popolazioni che vivono costantemente spostandosi da un luogo all’altro, come nomadi in un mondo stanziale, migranti forzati, sfollati in cerca di sopravvivenza, accampati ad oltranza… profughi accolti in condizioni peggiori dei luoghi da dove fuggono.
È difficile pensare che si possa vivere in queste condizioni… anzi… la parola ‘’vivere’’ suona proprio stonata in questo contesto, perché questo non è vivere e nemmeno sopravvivere… questo è tutto tranne che vivere.
Questi due articoli che ho riportati parlano dello stesso problema, visto da angolazioni diverse, vissuto dalle stesse persone con le stesse difficoltà, in luoghi lontani fra loro ma sempre con gli stessi risultati.
C’è un territorio, quello del Medio Oriente, che fatica a trovare la sua identità, che litiga e combatte per la conquista di uno spazio che è diventato un cimitero, luogo infernale per migliaia e migliaia di persone.
C’è un mondo, quello americano, che cerca di intervenire ma si limita a poche misure di sicurezza, a decisioni che non sempre sono migliori di quelle di coloro ai quali si oppongono.
C’è un mondo che cerca di portare aiuti umanitari, quello dell’ONU,  i cui interventi, spesso, sono anche peggiori delle condizioni da cui si fugge: il campo di Kasar è un campo ONU le cui condizioni descritte non sono certamente confortanti. Sono accampamenti di fortuna dove la sopravvivenza è al limite della decenza umana.
C’è un mondo che si trova, suo malgrado, coinvolto, quello europeo, che si dibatte tra emergenze e disinteresse, che polemizza, si chiude, volta le spalle, che si preoccupa dei numeri dimenticando che ad ogni numero corrisponde un essere umano.
Sono questi gli attori-protagonisti di questa pagina di Storia: Medio Oriente, America, Europa, Onu.
Tutti ‘’attori’’ autorevoli, competenti, saccenti… ma … direi… tutti nullafacenti... o quasi... tutt'al più  timidi tentativi... purtroppo mai risolutivi!
Viene da chiedersi: ma quando fra cento anni qualcuno leggerà la storia contemporanea, che idea ne avrà di questi tempi?
Quali pagine di storia stiamo scrivendo?
Che tipo di civiltà stiamo trasmettendo ai posteri?
Che mondo stiamo traghettando da un Millennio all’altro?
Certo che non è solo un problema ‘’di tipo storico-culturale’’, lo sappiamo bene quali e quanti altri interessi ruotano intorno a questo ambito storico.
Questa è solo una riflessione che emerge dal guardarsi intorno e vedere un mondo chiuso nella sua staticità, nella sua indifferenza, nella sua complicità forzata, nella sua incapacità di agire, intervenire, aiutare, sostenere, andare incontro realmente e con convinzione all’altro.
Un mondo che urla il suo benessere e intanto mostra tutti i volti del suo peggiore malessere: l’egoismo, il potere assassino, la mancanza di umanità, l’idolo denaro, il disinteresse, l’indifferenza, la chiusura serrata verso chi chiede aiuto.
Un mondo che di ogni problema, ne fa solo una questione di numeri!
Quanti immigrati. Quanti sfollati. Quanti soldi da investire.
Quanti … un’infinità di quanti, è solo questione di quantità, nessuno tiene mai conto della qualità e soprattutto del fatto che quei numeri sono esseri umani che non vivono da esseri umani.
Non sono solo gli scafisti che  ‘’trattano i profughi come bestie’’, ma un mondo intero, perché se fossero considerate ‘’persone’’ nessuno permetterebbe loro di vivere in quelle condizioni… eterni sfollati… con in mano solo una busta di plastica in cui racchiudono tutti i loro averi, avvolti in brandelli di stoffa sotto un sole di 42 gradi, in cammino a piedi nudi nel deserto, verso una destinazione ignota, sotto gli occhi di un mondo obeso e  ipnotizzato dalle luci intermittenti delle insegne, tra fiumi di alcool, traffici di droga, casinò, case da gioco  e spettacoli a luci rosse, dove tutto è merce, dove tutto si compra e si vende, dove tutto è un gioco che dura una notte per riprendere la notte successiva.
Un mondo di sfollati, un mondo di narcotizzati, un mondo di depressi cronici, un mondo che non sa più dove va nè chi è!
È questo il mondo che stiamo lasciando in eredità alle generazioni future, che non sono anonimi nomi o volti, ma sono figli, nipoti, amici… i bambini di oggi!
La Capitaneria di porto conta i cadaveri; i giornalisti contano gli arrivi; i politici contano i soldi che ci vorrebbero; i profughi contano gli anni da trascorrere in attesa di un ritorno; il mondo benestante conta e sfoglia le pagine dei giornali per poi commentare ‘’ sempre le stesse cose… mai niente di nuovo sotto questo sole!’’.
Poi ci sono quelli che contano gli immigrati, uno per uno, e vorrebbero mettere una bomba e far saltare tutti in aria, credendo che sia questo l’unico modo per rimettere le cose a posto! 
Sembra che tutti ''contino'' qualcosa, soltanto l'uomo non ''conta'' più!
C'è proprio da chiedersi se l'uomo ''conti'' ancora qualcosa?
Anzi, prima bisognerebbe verificare che fine abbia fatto l’uomo?
L’uomo, quello che è capace di amare, di sognare, di sperare, di agire, di aiutare,  l'uomo che ''custodisce'' il fratello e il creato... dov’è?
L’uomo cosa ne pensa?
L’uomo cosa fa?
Irrigidito nelle sue ideologie. Chiuso nelle sue burocrazie. Estraniato da ogni forma di solidarietà. Ha preso le distanze da se stesso nel tentativo di emulare Pilato: lavarsi le mani da ogni responsabilità!
Ma l’uomo del duemila… chi  è?
Chi siamo? Cosa facciamo? Quale pagina di storia stiamo scrivendo?
Pagine di storia scritte in rosso: che non è la penna della maestra che corregge gli errori degli studenti, ma il sangue, rosso-sangue, che scorre a fiume, che sta inondando questo mondo, che ci scorre addosso senza nemmeno sfiorarci, che scava buca dopo buca, che imbratta muri, città, mani, strade, volti, abiti eleganti e corpi lacerati lasciati per strada, aerei che si frantumano al suolo, mari che cambiano colore: dall’azzurro del cielo che rispecchiano, al rosso del sangue dei corpi buttati in acqua prima di approdare o di essere soccorsi!
È un mondo così… il nostro mondo!
Impossibile da accettare. Impossibile da vivere. Insostenibile… nell’era dove si parla di ecologia sostenibile, economia sostenibile …; in un mondo dove tutto sembra debba essere  ‘’sostenibile’’… ci si accorge che la situazione umanitaria, più che quella economica, ecologica, ambientale, culturale… è quella che più di altre è diventata insostenibile!
Possibile che tutto questo ci scorra addosso senza lasciare tracce né sul cuore né sulla ragione!
È possibile mai che ci siamo induriti fino a questo punto!
Forse ci fa troppo comodo dire ‘’ai posteri l’ardua sentenza!’’, tanto noi non ci saremo e non potremo vergognarci di ciò di cui saremo giudicati dai nostri posteri.
Forse è tempo che con quella ‘’ardua sentenza’’ cominciamo a fare i conti prima di tutto noi stessi… e che non sia come quelle sentenze-finzioni a cui la giustizia civile e penale ci ha abituati negli ultimi decenni… ma sia un onesto e sincero esame di coscienza… che ci porti a riprendere il contatto con noi stessi, che ci aiuti a ricordarci che siamo esseri umani responsabili di altri esseri umani e non bestie che devono sbranare altre bestie per aggiudicarsi e perimetrarsi il luogo  dove esercitare il proprio dominio… quello lo lasciamo fare ai leoni nella giungla, agli oranghi nelle foreste!
Che ci aiuti a vergognarci della nostra indifferenza, dei nostri discorsi-oceanici ai fini propagandistici, mentre gli oceani diventano tombe per oceanici flussi di sfollati, di senza-casa, di senza-diritti, di senza-speranze!
Forse è tempo di cominciare o ricominciare a guardarci intorno, a guardare lontano, in prospettiva, temporale e spaziale, forse è tempo di decidere chi siamo e chi vogliamo essere!
Questo caos che ci avvolge e ci coinvolge tutti è responsabilità di tutti, è opera di tutti: se l’uomo perde la sua identità, se viene smantellato nelle sue peculiarità specifiche di essere vivente, viene ridotto a ‘’bestia o a vegetale’’.
Ecco, il mondo è popolato di ‘’bestie’’ che litigano per recintarsi il loro territorio sulla pelle di coloro che quel territorio dovrebbero abitare; il mondo è popolato di ‘’vegetali’’ immobili, statici, inflessibili, inospitali, indifferenti, incoerenti, fermamente radicati al suolo in radici ideologiche fossilizzate… che non sanno nemmeno più assorbire linfa, così presi come sono dalla loro esuberante  e presunta superiorità, intasati di orgoglio e di vanità.
Mi chiedo ancora che fine abbia fatto ‘’l’uomo’’!
Se ci fossero ancora ‘’uomini’’ sulla terra, non ci sarebbe questo caos infinito, questa sofferenza inaccettabile, questo ingorgo socio-politico-culturale che nella sua straripante eloquenza non sa più nemmeno definire il concetto di pace… semplicemente perché… la pace è lontana dai suoi orizzonti: economici, ecologici, elettronici, extracosmici… drammaticamente lontano dagli orizzonti del cuore!
La più urgente e l’unica necessaria rivoluzione dovrebbe essere quella del cuore e nel cuore… quella rivoluzione capace di spostare le montagne e di appianare le colline… ma perché questo sia possibile… l’uomo dovrebbe prima di tutto avere il coraggio di riconoscere che tra i suoi preziosi organi vitali c’è anche un cuore… da tempo in apnea… a corto di ossigeno, di vita… di speranza!
Un cuore che non basta sostituire con uno artificiale.
Un cuore malato che nessuna chirurgia cardiaca può riportare in vita.
Perché è un cuore bisognoso di vita nuova… anzi… soltanto di VITA, visto che è la MORTE a falla da padrona negli ultimi tempi di questa nostra storia umana ai limiti o, già da tempo, fuori dai limiti da ogni accettabile… umanità!
Sì, perché, come dice il titolo del primo articolo riportato…  si continua a morire, in mare (vedi flusso di immigrati), in cielo (vedi aereo malese civile, colpito dai missili filorussi), sulla terra (vedi attacchi di Gerusalemme a Gaza)… si continua a morire sotto gli occhi … di un Mondo, a quanto pare,  già Morto da tempo!
Chissà… forse è tempo di superare la nostra pia illusione che ‘’tutto andrà bene’’, che ogni favola ha il suo lieto finale!?
Forse questa vita… non è proprio una favola!
Forse il lieto fine… potrebbe non esserci… come già non lo è per tanti… che partono e arrivano sull’altra sponda, sì, ma non quella della Terra! Purtroppo!!!
Forse è tempo di crescere!
Forse è tempo di smettere di leggere i libri di favole e cominciare a scrivere… quelli della Storia vera… ponendosi come protagonisti reali e coscienti del fatto che gli eventi che compongono la storia non sono ‘’affidati ad un anonimo destino, casuali, ineludibili, manovrati da un Burattinaio avido di sofferenze umane’’, ma sono eventi che scriviamo col nostro pensare, col nostro agire, col nostro intervenire o non intervenire… eventi da scrivere, non già scritti; eventi in cui ognuno è responsabile delle decisioni prese. Eventi che possono salvare o uccidere una vita.
Eventi che possono dare un futuro di speranza o che possono rubare la speranza a chi ne ha diritto!

Eventi che scriviamo ogni giorno con gli anni della nostra vita… di questa vita  che non è solo da vivere… ma da capire, riempire, da coordinare, muovendosi tra cuore e ragione, in vista di un Bene comune, considerato spesso irraggiungibile (ma solo perché costa fatica!) che è la PACE!

giovedì 17 luglio 2014

PAGINE DI STORIA

UOMINI... COME...!


«Come bestie» «Trattati come bestie dai libici» che hanno compiuto «violenze inaudite nei confronti di tutti, ma in particolare degli uomini del Centro Africa». È la ricostruzione concorde dei diversi testimoni ascoltati dalla squadra mobile e al vaglio della Procura di Ragusa sulla morte dei 30 migranti. Tre le persone sentite anche amici e lontani parenti delle vittime, alcune delle quali hanno già un nome, anche se non ancora ufficialmente. «Abbiamo provato a salvarli appena ci siamo resi conto di quello che stava accadendo - ricorda una di loro - abbiamo fatto di tutto ma purtroppo era tardi, sembrava dormissero, non pensavamo fossero morti...». Tutti accusano i trafficanti libici: «è stata tutta colpa loro - ricostruisce un migrante testimone dell'accaduto - ci hanno messo li dentro come le bestie e non potevamo neanche uscire perchè sopra era tutto pieno, non ci potevamo muovere». «Abbiamo chiesto di potere tornare indietro - ha rivelato un migrante sopravvissuto - perchè eravamo troppi e rischiavamo, ma non c'è stato alcunchè da fare: ci hanno detto 'ormai siete qui e dobbiamo arrivare in Italia».



martedì 15 luglio 2014

PAGINE DI STORIA

SORRIDONO E IO DIMENTICO LA FATICA
‘’Nessuna routine, ogni ospite è unico’’

Decine di volontari e di operatori, da settimane, a Palermo, dal centro storico ai quartieri di periferia, si sono ritrovati ad accogliere centinaia di migranti soccorsi dalle navi militari di Mare Nostrum. Una realtà che finora avevano visto soltanto in tv, commossi davanti ai salvataggi sulle coste di Lampedusa e del Ragusano, ma che adesso stanno toccando con mano.
Sono infaticabili e lavorano senza sosta per quel servizio dedicato a chi nella vita è stato più sfortunato. È questo lo spirito con cui si attivano tutti i volontari della Caritas di Palermo, guidati da don Sergio Mattaliano. Operano nella parrocchia di S. Giovanni M. Vianney, in un’ex scuola di Villaggio Ruffini, al Centro ‘’Padre Nostro’’ di Brancaccio, nella struttura San Carlo e Santa Rosalia nel cuore del centro storico, nel Punto Giovani dell’istituto di Padre Messina al Foro Italico.
Salvatore Lupo, un ex ferroviere in pensione di 65 anni,  non nasconde la sua emozione: ‘’Per me, assistere i migranti che arrivano è come se fosse sempre la prima volta, - dice quasi con le lacrime agli occhi – non pensavo di riuscire ad essere così utile per queste persone e tutto questo mi dà una grande gioia. Ho cinque figli e guardo questi ragazzi come se fossero i miei figli. Loro mi chiamano ‘’papà Africa’’ perché mi vedono più grande e hanno bisogno soprattutto di ricevere calore e fiducia. La sera torno stanco  ma felice’’.
A coordinare il gruppo di volontari è Vittorio Mattaliano, un giovane di 28 anni che insieme alla moglie si occupa di tutte le pratiche sanitarie e di accompagnare i migranti negli ospedali.
‘’Facendo questo servizio non si può essere indifferenti – afferma – ogni arrivo di migranti è diverso, non possiamo parlare di routine perché le persone che arrivano hanno bisogni e storie sempre diverse.’’.
C’è anche Girolamo C., di 35 anni, sposato con due figli, che, dopo aver perso il lavoro, si spende adesso come autista per il trasporto dei migranti.
’Siamo impegnati senza orari e rispondiamo a tutti i bisogni del momento – dice – quando ti doni a  chi ha più bisogno di te non senti neanche la stanchezza. Anche per me gli sguardi e i volti di questi nostri fratelli hanno una profondità che ti ripaga da tutte le fatiche.’’.
’Non è un lavoro, ma un servizio che porta gioia e speranza – aggiunge Piero M. – l’esperienza unica per me è stata poterli aiutare nei trattamenti sanitari di cui avevano bisogno, senza paure, senza pregiudizi, soltanto con lo scopo di rimetterli in salute. Anche vederli sorridere è già per noi una gran cosa considerato il lungo travaglio che hanno subìto.’’
Pochi giorni fa sono sbarcati a Palermo altri 320 migranti provenienti da Zambia, Costa d’Avorio e Niger e 190 di loro hanno trovato ospitalità nei centri diocesani.
In ogni struttura sono stati attivati corsi di italiano, ma anche occasioni di intrattenimento per le famiglie e per i bambini, come l’Associazione ‘’Terraferma clown’’.
E poi c’è lo sport. Davanti ad un pallone cadono tutti gli steccati.
Lo dimostra l’ex orfanatrofio di Padre Messina dove, a partire da un pallone da calcio con il disegno colorato dell’Africa e made in Pakistan, continua la sopravvivenza pacifica tra i 20 pakistani e i 30 africani, di età compresa tra 25 e 35 anni, ospitati all’interno del Punto di incontro giovani della Caritas.

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LA SOLIDARIETA' GRATUITA E' LA MISURA DELLA VERA CIVILTA'
Questi esempi di solidarietà ci interpellano profondamente.
La Chiesa, la Caritas e altre associazioni di respiro cristiano sono da sempre in prima linea nelle
 emergenze umanitarie.
Il soccorso ai più bisognosi, ai più sfortunati è sempre stata una priorità nella lista dei loro impegni, una carità in azione, un incontro  senza frontiere a tu per tu con il fratello, senza mai chiedere 
né carta d’identità né nazionalità.
Certo, è vero, anche nella Chiesa ci sono incomprensioni e resistenze, non tutti sposano la causa della ‘’carità solidale’’, non tutti colgono pienamente l’urgenza umanitaria che si manifesta in modi diversi da che mondo è mondo; tuttavia, per coloro che come questi volontari, hanno il cuore libero dalle incrostazioni dei pregiudizi, la vera gioia è una realtà, quella gioia che nasce da un incontro, da un abbraccio, da  un sorriso… quale espressione di un debito d’amore che non ha prezzo… anzi… il cui prezzo è già stato pagato… 
circa duemila anni fa… 
una volta per tutte e … per tutti!

mercoledì 9 luglio 2014

‘’MINORE NERO''

Mi chiamo Khaled ed ho cinque anni
sono giunto a Lampedusa
dopo 4 giorni di navigazione e 3 di digiuno.
Quando mi hanno salvato di anni ne sentivo 80
certo che non li ho vissuti, ma li sentivo tutti
sulla pelle che mi scottava sotto il sole straniero
che vedeva soltanto in me
un ennesimo ‘’minore nero’’.
Mi dicono ‘’minore’’… ma minore di che?
Nei miei pochi anni ho sempre visto il sole
 come un ‘’pane caldo da divorare’’,
quel pane che sognavo ad occhi aperti
e che la fame mi impediva di assaporare;
in questi cinque anni ci è stato messo proprio tutto
sotto questa pelle che a fatica mi porto addosso:
violenze, abbandoni, torture
sevizie, abusi… notti di paure…
davanti ai miei occhi non posso più strappare
i corpi lacerati del mio paese,
i corpi abbandonati nel deserto
i corpi abusati …
i corpi dei minori reclutati
merce preziosa per essere addestrati…

No, non c’è più niente di minore dentro me:
nel mio Paese si nasce già grandi
perchè lì i bambini non hanno diritti
s’impara presto a non piangere e a stare sempre zitti,
possono essere comprati… venduti,
violentati, rubati, dalla guerra sequestrati,
loro devono soltanto obbedire…
minori… certo… no, non lo si può proprio dire!

Nel mio paese si diventa subito grandi,
perchè con la violenza devi ogni giorno fare i conti
negli scontri notturni tra narcotrafficanti.

La parola minore non l’ho mai sentita pronunciare,
da noi i bambini devono subito lavorare,
perciò questa parola c’entra poco con me:
essere bambino io non so proprio che cos’è!

In Italia ci chiamano minori:
ma qui i bambini conoscono solo il suono della campanella
io… invece… conosco solo l’allarme della sentinella!

Per tutti sono un minore,
ma questa parola mi va stretta,
perché nel mio paese si cresce molto in fretta
dentro di me ho già  vissuto tutto il male peggiore:
quello che non ti fa dormire e di notte ti fa urlare!
Oh, vorrei davvero essere un minore
poter sognare di correre dietro ad un pallone
davanti a casa mia
con la mamma che mi guarda e mi sorride!
Ma nei miei sogni sento solo i passi di chi mi inseguiva
perchè voleva che imbracciassi un fucile
e drogato uccidessi il nemico ‘’un minore come me’’:
vorresti abbracciarlo, ma tra le mani hai solo un fucile,
devi uccidere, devi sparare
e guai a te se cerchi di scappare!

Dicono che sono un minore… ma minore di che?
Se tutto dentro me non è più contenibile,
se il solo pensare mi diventa impossibile,
troppo grande, troppo rumoroso,
troppo doloroso, troppo lontano …
anche se troppi non sono gli anni della mia mano!

Ma  continuano a dirmi che sono un minore
e mi danno un numero…duemilanovecentonovantanove!
‘’Arrivato in Italia senza accompagnamento
partito che aveva cinque anni
profugo minore... che di età… ora ne ha cento!’’

In questa piaga che mi infetta il cuore,
cresciuta a dismisura tra fuga e paura,
continuano a dirmi che sono un minore
e che la mia vita non sarà più un’avventura.
Intanto divento un numero da catalogare
ma dovrebbero, secondo me, anche specificare:
‘’minore d’età… adulto nella povertà,
maggiorenne da sempre nella battaglia della vita
ottantenne per necessità
 nato già uomo per la vissuta crudeltà;
maggiorenne non per età
ma per i crimini subìti che mi porto addosso
per i fiumi di sangue rosso
che hanno colorato la mia breve libertà!

Minore di che…? Continuo a chiedermelo dentro di me
Guardo le mie mani che tremano come foglia
In questa torrida estate senza un po’ di vento
‘’E’ un minore – pensano – e sarà certamente contento,
potrà ancora giocare, cantare, correre e studiare…’’

Ma sono un minore senza più il sorriso
al posto dell’innocenza mi porto solo la violenza
come un vestito vorrei strapparmela da dosso
ma mi è cucita dentro e strapparmela no, non posso!

In questi panni da bambino
la mia vita è soltanto un incognito destino

Per tutti sono solo un minore:
ma a chi lo racconto questo adulto dolore?

Dicono che sono un minore…
ma nessuno sa che si può precocemente invecchiare
anche se hai cinque anni soltanto 
se su di te pesa tutta la violenza
di un mondo sì duro e crudele alquanto!